Come-diventare-veri-cittadini-digitali

Giornalismo, fabbriche, rapporti tra genitori e figli, studio, sport: ecco come il digitale sta cambiando, non sempre in meglio e spesso inconsciamente, le nostre vite. Ignorare e subire i mutamenti, dandoli per scontati, è però l’atteggiamento più sbagliato. 

‘‘Se non si può misurare qualcosa, non si può migliorarla”, diceva Lord Kelvin. Prendendo in prestito questo suo aforisma potremmo parafrasarlo in “se non conosci qualcosa, non puoi governarlo”. Anche nel mondo di oggi elemento chiave resta la conoscenza, il tema delle competenze. Nel caso della trasformazione digitale, oltretutto, la conoscenza diventa non solo una competenza necessaria e spendibile nel mondo della scuola e del lavoro, ma un requisito fondamentale per una piena cittadinanza digitale, intesa come la capacità di ciascuno di partecipare degnamente ed attivamente alla vita online. Il tema della partecipazione diventa centrale quando si discute di social network, che sono diventati il più straordinario strumento di circolazione delle idee e delle informazioni. Non a caso chi è stato (ancora una volta) il primo o tra i primi a capire la portata di questo cambiamento ed il primo a sfruttarne i punti deboli, oggi gode di un enorme e largamente imprevisto successo elettorale, in diverse parti del mondo. Quali sono i punti deboli? Certamente il primo ed il più insidioso è la possibilità di divulgare informazioni nella migliore delle ipotesi semplificate, se non manipolate, tendenziose o palesemente false. Certamente questo è un problema vecchio come il mondo se si parla di mezzi di comunicazione, ma nessuno aveva previsto l’effetto deflagrante che può avere una informazione di qualunque tipo, abilmente contraffatta e diffusa tramite il web, su un gruppo di persone fortemente ricettivo (per le ragioni più disparate) su quell’argomento. O meglio… qualcuno lo aveva previsto e ci sta combattendo da decenni. È il caso di Paolo Attivissimo, giornalista, scrittore e traduttore scientifico, ma noto ai più come implacabile “cacciatore di bufale” e studioso della disinformazione nei media. Varesefocus lo ha intervistato.

“Mi aspettavo il dilagare della disinformazione fatta ‘dal basso’, ossia dal passaparola incontrollato che prospera grazie a credulità e pregiudizi. Meno, invece, la creazione di vere e proprie fabbriche di notizie false gestite di nascosto da governi”        

Da anni lei è uno dei più noti e seguiti “cacciatori di bufale” sul web. Cosa l’ha spinta, tanti anni fa, ad occuparsi di disinformazione nei media? Possiamo dire che aveva capito prima degli altri i pericoli della diffusione di falsità in rete?
Ho cominciato assolutamente per caso: nel 1994 scrissi uno dei primi libri in lingua italiana dedicati all’allora nascente Internet e citai nel testo le prime bufale che circolavano in rete. Iniziarono ad arrivarmi mail di richieste d’indagine, così decisi di creare un sito nel quale pubblicarle. Siccome circolavano in quei tempi lontani tanti allarmi via mail, con tutti i destinatari in chiaro, colsi l’occasione per avvisarli in automatico, e questo fece conoscere il mio sito. Il resto è storia. Per cui non posso vantarmi di aver capito il pericolo prima degli altri, anche se è da anni che metto in guardia contro questo problema per lungo tempo sottovalutato.

Oggi il complottismo e la disinformazione, più o meno organizzata in rete, giocano un ruolo cruciale anche negli equilibri politici dei paesi. Lo avrebbe mai detto che saremmo arrivati a questo punto?
In parte sì: mi aspettavo il dilagare della disinformazione fatta “dal basso”, ossia dal passaparola incontrollato che prospera grazie alla credulità delle persone e fa leva sui loro pregiudizi. Mi aspettavo meno la creazione di vere e proprie fabbriche di notizie false gestite di nascosto da governi e da soggetti economici senza scrupoli. Confesso che sono stato troppo ottimista: pensavo che l’intelligenza media dell’umanità avrebbe saputo difendersi. Invece vedo che ci sguazza e se ne compiace. Siamo arrivati a veri e propri linciaggi pubblici organizzati tramite i social network: persone del tutto innocenti, accusate senza alcuna prova di essere rapitori di bambini e poi uccise o arse vive dalle folle in vari paesi. E senza arrivare a questi livelli assolutamente inumani, anche dalle nostre parti si avverte online la voglia di odio e di sopraffazione. Ne ho sinceramente paura per il futuro, anche perché i governanti spesso sfruttano la disinformazione invece di combatterla: penso al recente ritorno dell’antivaccinismo e alle interrogazioni parlamentari sulle presunte “scie chimiche”.

Il fact-checking, il debunking, hanno ancora efficacia oppure serve ben altro? La società può crearsi degli anticorpi contro fake news e teorie antiscientifiche?
Sì, hanno ancora una grande efficacia; anche se alcuni ricercatori dicono che sono inutili o addirittura controproducenti in certi social network, continuano a dimostrarsi efficaci al di fuori di questi contesti digitali. Non possiamo correre il rischio di non fare nulla e lasciare il megafono di Internet in mano esclusivamente agli imbecilli, ai ciarlatani e ai disinformatori di professione. L’informazione corretta va pubblicata e va messa a disposizione: spetta poi all’utente decidere se vuole consultarla e ragionarci o se preferisce farsi manipolare da chi lo stimola con soluzioni facili e “di pancia”. Gli anticorpi ci sono, ma vanno irrobustiti, si deve iniziare, a mio parere, dalle scuole: serve una nuova materia, ossia l’educazione al senso critico. Serve anche un’attività di promozione e riqualificazione della corretta informazione nei media. E serve anche che i cittadini sappiano come funziona realmente il mondo del giornalismo, sempre più a corto di soldi e sempre più disposto ad assumere incompetenti e a piegarsi agli inserzionisti. Questa consapevolezza formerà gli anticorpi che ci servono. 

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