Il ruolo (centrale) delle multinazionali estere nell’economia

Circa 60mila unità locali per 1,76 milioni di addetti e 887 miliardi di euro di fatturato: le imprese a controllo straniero non rappresentano un elemento marginale del sistema industriale nazionale

Circa 60mila unità locali afferenti a quasi 19mila imprese, 1,76 milioni di addetti e 887 miliardi di euro di fatturato: sono i numeri delle aziende estere in Italia, secondo i più recenti dati Istat (anno 2023). Come evidenzia il VII Rapporto dell’Osservatorio Imprese Estere di Confindustria e Luiss, negli ultimi anni le aziende a controllo estero hanno rafforzato il proprio ruolo nel sistema produttivo italiano. Tra il 2018 e il 2023 la quota di addetti impiegati nelle multinazionali estere è salita dall’8,3% al 9,8% del totale nazionale (+387.772 unità). Il valore aggiunto generato è aumentato dal 15,5% al 17,5% (con una crescita in valore assoluto di 63,5 miliardi di euro, da 124,7 a 188,2 miliardi). Le esportazioni di merci riconducibili a imprese estere sono passate da 127,6 a 203,2 miliardi di euro (+75,6 miliardi), con un’incidenza sul totale nazionale cresciuta dal 29,4% al 35,8%, evidenziando la loro centralità nella proiezione internazionale del Paese. Ancora più marcati, peso e dinamica della spesa in Ricerca e Sviluppo (R&S): le imprese a controllo estero hanno incrementato il proprio impegno da 3,75 miliardi di euro nel 2018 a 6,5 miliardi nel 2023 (+2,77 miliardi), con un’incidenza sul totale nazionale che è salita di quasi 15 punti percentuali, dal 23,6% al 38,3%.

In crescita anche il peso dei fondi internazionali di private equity, che non svolgono un ruolo meramente finanziario, ma si configurano sempre più come partner strategici delle imprese italiane, in grado di fornire capitale, competenze e accesso a reti globali. Il Rapporto di Confindustria e Luiss conferma il valore strategico delle multinazionali estere per l’Italia e sottolinea il loro significativo apporto alla transizione digitale e ai processi di innovazione. Allo stesso tempo, lancia un monito: serve un’azione di sistema, che migliori il contesto competitivo e rimuova gli ostacoli che ancora scoraggiano gli investimenti internazionali.
Inoltre, la presenza delle imprese a controllo estero nel Paese resta fortemente concentrata nel Centro-Nord: le prime sei regioni (Lombardia, Lazio, Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna e Toscana) raccolgono l’82% del valore aggiunto delle aziende estere. Tuttavia, la ZES Unica (Zona Economica Speciale) può rappresentare un’occasione concreta per riequilibrare la mappa degli investimenti e rilanciare anche la competitività del Sud.

In questo quadro ha un ruolo importante la Lombardia, che si conferma la principale destinazione delle imprese a controllo estero in Italia: nel 2023 le unità locali straniere presenti sul territorio lombardo erano 20.234, occupavano 586mila addetti e generavano nella regione circa 71 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 37,9% di quello complessivamente realizzato dalle aziende estere in Italia e al 25,1% del valore aggiunto complessivo regionale. Come evidenziato nel recente rapporto “Le imprese estere in Italia e lo sviluppo dei territori: la regione Lombardia”, risultato della collaborazione tra l’Osservatorio Imprese Estere e Confindustria Lombardia, la rilevanza della presenza estera si caratterizza non solo per la sua dimensione quantitativa, ma anche per una marcata specificità settoriale. I servizi rappresentano il fulcro di questa presenza, con oltre il 68% del valore generato e più del 70% dell’occupazione, ma anche la manifattura mantiene un ruolo strategico, soprattutto nei comparti a maggiore intensità tecnologica e di conoscenza. Sono 10 i settori sia manifatturieri (farmaceutica, apparecchiature elettriche, elettronica e misurazione, chimica, gomma e plastica, estrazione), sia dei servizi (commercio, servizi ICT, attività professionali, scientifiche e tecniche, servizi alle imprese) nei quali la presenza di multinazionali estere assume un carattere distintivo, caratterizzandosi, da un lato per elevata attrattività regionale, e dall’altro per forte specializzazione: insieme concentrano 49,8 miliardi di valore aggiunto e 409mila addetti, con livelli di produttività del lavoro ampiamente superiori alla media regionale.

Le aziende a controllo straniero mostrano dimensioni più grandi, un’attività innovativa più intensa e livelli di produttività più elevati rispetto alle realtà domestiche: non è un’evidenza circoscritta a specifici contesti, bensì una regolarità empirica documentata a livello internazionale. In Lombardia, le imprese estere mostrano una produttività (Total Factor Productivity) superiore del 19% a quella delle aziende domestiche: un vantaggio che si traduce in effetti positivi per l’intero sistema economico locale. Le multinazionali, infatti, non operano come entità isolate: contribuiscono ad elevare la produttività delle aziende locali attraverso il trasferimento di tecnologia e know-how e, a questo, si aggiunge la possibilità per le imprese lombarde di accedere a nuovi mercati sfruttando le reti globali delle multinazionali.

Il ruolo delle imprese estere appare ancora più evidente sul fronte dell’innovazione. Ben il 38,6% della spesa in R&S delle realtà lombarde (pari in totale a 4,33 miliardi di euro) è attribuibile alle aziende a capitale estero e il 30,1% dei ricercatori attivi in Lombardia è impiegato in sedi di imprese straniere, che non fanno solo R&S, ma la fanno con un’intensità maggiore. La spesa per addetto in Ricerca e Sviluppo risulta, infatti, ben più elevata rispetto alla media regionale (94.942 contro 56.439 euro). Inoltre, le aziende estere lombarde detengono in media più brevetti delle domestiche (24 contro 10) e si caratterizzano per diversificazione tecnologica e qualità della conoscenza generata. Nell’83,2% dei casi le collaborazioni brevettuali realizzate con altre imprese coinvolgono soggetti stranieri, mentre il 25,2% è con Pmi che beneficiano dell’interazione con le multinazionali, accedendo a competenze, tecnologie e mercati altrimenti difficilmente raggiungibili.

La Lombardia conferma così il suo ruolo di primo piano come polo di attrazione per le imprese estere, ma nonostante la leadership nazionale, rimangono margini di crescita. Per esempio, rispetto alle principali regioni tedesche, va colmato il gap relativo al minore orientamento alle frontiere tecnologiche più avanzate: la quota di imprese estere manifatturiere nei settori high tech si ferma all’11,3%, contro il 18,0% del Bayern e il 15,7% del Baden-Württemberg. Nella classifica delle province lombarde per presenza estera, Milano riveste un ruolo di primo piano con 11.430 unità locali di imprese estere (pari al 56,5% del totale lombardo), che generano il 70,4% del valore aggiunto regionale. E Varese? Ricopre il quinto posto, se si considera il numero di unità locali (1.287, pari al 6,4% del totale lombardo), il quarto per addetti (36mila, pari al 6,2% del totale) o per il valore aggiunto (3,4 miliardi di euro, pari al 4,8% del totale). Depurando per l’effetto dimensionale, Varese sale al terzo posto, dopo Milano e Monza-Brianza, mostrando un grado di attrattività verso le multinazionali straniere superiore a Bergamo e Brescia. La sfida dei prossimi anni, per la Lombardia come per Varese, è consolidare questo vantaggio competitivo. Il territorio all’ombra delle Prealpi possiede tutte le condizioni per accogliere e valorizzare ulteriormente gli effetti positivi che le imprese estere generano in termini di trasferimento di tecnologia, competenze e know-how. È su questo potenziale che bisogna continuare a investire, per sostenere una crescita condivisa e duratura.

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