Capitali esteri, la sfida della competitività
Tra instabilità geopolitica e nuove politiche industriali, la competizione tra Paesi si gioca sempre più su energia, semplificazione e capacità di innovare
Parlare di investimenti esteri ci proietta verso il tema della crescita economica globale: un terreno oggi più che mai reso scivoloso dalle profonde trasformazioni geopolitiche e dalle tensioni commerciali. Quali sono le spinte e quali le bandierine rosse che vengono prese in considerazione quando si sceglie di investire in un Pease o in un determinato territorio? Un punto di vista privilegiato sul tema è quello di Barbara Cimmino, imprenditrice varesina e Vicepresidente per l’Export e l’Attrazione degli Investimenti di Confindustria.
Quali sono i fattori di attrattività di un sistema Paese e come è posizionata l’Italia, in questo senso?
A livello generale, chi vuole investire in un Paese guarda innanzitutto ad alcuni fattori chiave: il costo dell’energia, la certezza del diritto, intesa in senso ampio, quindi comprensiva anche degli aspetti burocratici e della gestione d’impresa e l’esistenza di un tessuto produttivo organizzato in distretti con una forte vocazione a ricerca e sviluppo. A questi elementi si aggiungono altri fattori rilevanti, come la stabilità del Governo e il funzionamento del mercato del lavoro. In questo momento l’Italia, se da un lato può contare su una stabilità dell’esecutivo, dall’altro mostra criticità su diversi altri fronti. Va, inoltre, riconosciuto che il nostro Paese ha un vantaggio dovuto alla validità che viene attribuito all’estero al nostro sistema di istruzione.
Quali sono, in particolare, le carenze dell’Italia e quali Paesi risultano oggi più attrattivi per gli investitori?
Il nostro Paese mostra alcune carenze strutturali. Manca innanzitutto un piano energetico, ossia un documento strategico capace di definire in modo chiaro la pianificazione dell’uso dell’energia e di promuovere l’efficienza energetica. Non vi è una visione organica rispetto alla cosiddetta triplice sfida: quella ecologica, digitale e sociale. Se guardiamo ad altri Paesi europei, il confronto diventa evidente. La Spagna, un tempo considerata un fanalino di coda in termini di sviluppo industriale, oggi è osservata con crescente interesse grazie ai costi più contenuti dell’energia e alla presenza di piani industriali chiari e ben definiti. La Francia, dal canto suo, sta portando avanti una politica molto aggressiva per attrarre investimenti esteri attraverso il programma Choose France, attivo dal 2018 e fortemente voluto e sostenuto in prima persona dal Presidente Macron.
Per quanto concerne il territorio varesino, cosa possiamo dire?
Il nostro territorio vanta una lunga tradizione manifatturiera, in particolare nei settori tessile e meccanico e oggi può contare sul Piano Strategico #Varese2050 sviluppato da Confindustria Varese, che punta a favorire il rilancio industriale. Si tratta di un’area che negli ultimi anni ha perso terreno sulla frontiera dell’innovazione, ma che dispone ancora di importanti tratti distintivi: infrastrutture, una posizione geografica strategica, la presenza di due Università, l’Insubria e la LIUC, con specificità differenti e ben legate al territorio e una rete di imprese abituate a collaborare secondo la logica dei distretti. La sfida è mettere a sistema queste risorse e compiere un ulteriore passo avanti in questa direzione. Ma non dimentichiamo che ci sono altri aspetti che non dipendono direttamente dal territorio e per i quali le leve sono altrove.
A quali leve si riferisce e come si può agire su di esse?
La leva forse più importante è quella della semplificazione burocratica. Oggi, nel nostro Paese, esiste una frammentazione di competenze e interlocutori: due ministeri di riferimento, l’ICE (Italian Trade & Investment Agency), Invitalia, oltre alle strutture e alle competenze regionali. Per un’impresa che vuole investire in Italia questo si traduce spesso in un percorso complesso, con troppi soggetti coinvolti. In questa prospettiva sarebbe utile valorizzare maggiormente l’esperienza della ZES Unica (Zona Economica Speciale) del Mezzogiorno, adottando anche in altre aree del Paese strumenti analoghi di semplificazione e di agevolazione per attrarre nuovi investimenti. Allo stesso tempo, l’attenzione non dovrebbe concentrarsi solo sull’attrazione delle multinazionali, ma anche sulla capacità di mantenerle stabilmente sul territorio. Un altro fattore sempre più cruciale è quello dell’innovazione e delle tecnologie, che rappresentano punti sempre più strategici per la competitività delle imprese. Diversi Paesi europei hanno investito con decisione in questa direzione, utilizzando anche le risorse di Next Generation EU (fondo temporaneo da oltre 750-800 miliardi di euro istituito dall’Unione Europea nel 2020 per sostenere la ripresa economica post-pandemia, ndr) per rafforzare ricerca, sviluppo e trasferimento tecnologico. In Italia, invece, una parte rilevante dei fondi gestiti tramite il Pnnr è stata spesso destinata a interventi di natura più emergenziale, con l’obiettivo di colmare criticità pregresse.
In termini di ricadute, perché è importante attrarre investimenti esteri?
Su questo tema ci vengono in aiuto i dati dell’Osservatorio Imprese Estere, il centro studi nato dalla collaborazione tra Confindustria e Luiss, che si occupa proprio di analizzare e valorizzare il contributo delle aziende estere in Italia. Oltre il 35% di tutto il nostro export e il 38% degli investimenti in ricerca e sviluppo sono generati dalle imprese italiane a capitale estero. A ciò si aggiunge il fatto che possiamo considerare il loro contributo allo sviluppo territoriale anche sotto molti altri profili: in termini di creazione di posti di lavoro, trasferimento di nuove tecnologie e competenze, aumento della produttività e competitività.



