Lo slow tourism in bici nel Varesotto
Tra ciclabili, borghi e zone umide, la provincia varesina si racconta a velocità rallentata. Un itinerario tra Lago di Varese, Comabbio e Ticino, dove ogni deviazione diventa scoperta
La bicicletta scivola silenziosa sull’asfalto ancora umido di rugiada. Sono le prime ore del mattino e la provincia di Varese si sveglia, avvolta in quella patina di nebbia che qui, tra laghi e paludi, è quasi un segno distintivo. Il Varesotto è terra operosa, con orari da rispettare, ma l’agenda fitta non impedisce di trovare il momento giusto per scoprire un angolo nascosto, a ritmo lento. Il viaggio in bici attraverso queste terre è un invito a rallentare, a lasciare che il paesaggio entri dentro con i suoi ritmi naturali. Tanto che a dicembre dell’anno appena concluso questa provincia e le sue bellezze sono state protagoniste di un press tour, organizzato dalla Camera di Commercio di Varese all’interno del progetto Sustainevents (pensato per la promozione del turismo sostenibile e inclusivo), a cui hanno partecipato numerosi giornalisti di testate nazionali.
La filosofia del pedalare lento
Dimentichiamo le performance ciclistiche, i cronometri, le app che misurano ogni pedalata. Lo slow tourism in bicicletta è un’altra cosa: è scegliere di fermarsi quando un borgo spunta tra gli alberi, è concedersi una sosta improvvisata davanti a un laghetto che riflette il cielo, è pedalare con gli occhi che guardano ovunque tranne la strada. Il Varesotto, che conta una significativa rete di ciclabili che si snoda tra natura e cultura, è il territorio perfetto per questo tipo di viaggio: in Valcuvia, lungo l’Olona, attorno al Lago di Varese e a quello di Comabbio, collegati da una bretella ciclopedonale ad hoc, lungo il fiume Ticino. Attorno a queste vie lente si aprono paesi, boschi e punti di interesse sempre diversi e affascinanti. Qui la bicicletta diventa strumento di scoperta slow: per metto di coprire distanze ragionevoli ma non troppo velocemente, di sentire gli odori che cambiano, dal profumo di fieno tagliato a quello umido della vegetazione palustre e di incontrare persone. Perché chi va in bici è sempre visto con simpatia, curiosità e viene facilmente coinvolto in conversazioni che a bordo di un’auto nascerebbero difficilmente.
Verso la Palude Brabbia: quando la natura si fa protagonista
Nel mese di marzo merita una visita speciale un ecosistema prezioso, una delle zone umide più importanti della Lombardia: la Palude Brabbia, tra Inarzo e Varano Borghi. Una deviazione wild che si può raggiungere anche pedalando. Il percorso è dolce, quasi pianeggiante, adatto anche a chi non ha gambe da scalatore. La Palude Brabbia non si annuncia con cartelli monumentali, anche se è ben segnalata: si avverte però soprattutto dal cambiamento dell’atmosfera, più umida e densa, dal canto degli uccelli, dal verde che diventa più intenso e selvaggio. Si tratta di quel che resta di una torbiera nata dopo l’indietreggiamento dei ghiacciai avvenuto migliaia di anni fa, quando il grande ghiacciaio del Verbano si ritirò e si formò un unico bacino che comprendeva gli attuali laghi di Varese e Comabbio insieme alla Brabbia. Il livello dell’acqua si abbassò in seguito, quando il Lago di Varese aprì uno scarico verso Ovest attraverso il torrente Bardello e la palude emerse, riempiendosi progressivamente dai bordi verso il centro.
Il paesaggio che vediamo oggi, con i suoi canneti e specchi d’acqua, è il risultato non solo dell’evoluzione naturale, ma anche della storia umana. Fino al ‘700 la zona rimase praticamente intatta, poi arrivarono i progetti di bonifica: la palude era considerata fonte di miasmi e febbri malariche. Questi piani però rimasero sulla carta, ostacolati da mille difficoltà. Quello che, invece, accadde fu lo sfruttamento dei giacimenti di torba sul fondo degli stagni, con escavazioni sempre più intensive. All’inizio del ‘900, esauriti sia i progetti di bonifica sia l’interesse per la torba, la palude ha cambiato destino. Il suo valore naturalistico è stato finalmente riconosciuto: biotopo regionale nel 1981, Riserva Naturale nel 1983, Zona Umida di Importanza Internazionale nel 1984 (convenzione di Ramsar, trattato intergovernativo per la conservazione e l’uso sostenibile delle zone umide). Dal 1994 la LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli) la gestisce in accordo con la Provincia di Varese. Oggi le zone umide come queste, anche a causa del cambiamento climatico, sono sempre più rare e importanti da preservare. Un’area della palude è riserva integrale e per accedere serve essere accompagnati da personale autorizzato dopo aver ottenuto un permesso, ma gran parte di essa è accessibile anche in libertà ed è protagonista di molti eventi e iniziative.
Nel cuore della palude: un’oasi di biodiversità
Qui il tempo sembra essersi fermato a un’epoca primordiale, quando l’acqua dominava queste pianure. A riportare all’epoca attuale sono alcuni quadri disposti tra gli alberi, che accompagnano i visitatori in una mostra permanente a cielo aperto sulla palude stessa, mentre ponticelli, casette e torri permettono di osservare l’ambiente e gli animali da punti privilegiati, senza dar loro fastidio. Gli aironi cenerini planano lenti sopra i canneti, le gallinelle d’acqua si muovono frettolose tra la vegetazione acquatica e, se si è fortunati, si può scorgere il martin pescatore, saetta azzurra che guizza tra i rami. Ma la palude è soprattutto regno di rane, libellule, insetti, piante che crescono con i piedi nell’acqua. Un grande osservatorio naturalistico con passerelle sopraelevate che permette di addentrarsi senza disturbare: camminare sospesi sopra quest’acqua ferma, circondata da un silenzio rotto solo dai versi della fauna, è un’esperienza quasi meditativa. Sembra non ci sia nulla in un posto come questo e, invece, c’è tutto: vita, biodiversità, scoperte e scorci che non si possono consumare in dieci minuti, ma richiedono attenzione, pazienza, rispetto. La Palude Brabbia è bella di una bellezza che si svela lentamente, che chiede di essere guardata con occhi diversi.
Varano Borghi: dove il lago incontra la storia
Risalendo in sella, prima di tornare lungo la ciclabile, merita una visita il centro di Varano Borghi, che dista solo pochi chilometri. La pedalata è brevissima, ma densa di scoperte: piccole cascine ristrutturate, orti curati con amore, ponticelli di legno che scavalcano rogge e torrenti. Tutto parla di una campagna viva, ancora abitata e lavorata. Varano Borghi si affaccia sul Lago di Comabbio portando con sé una storia lunga e stratificata, dove le tracce dell’epopea industriale convivono con ville d’epoca e angoli naturali di grande fascino. Tutto cambiò nel 1819, quando la famiglia Borghi aprì qui il Cotonificio Pasquale e Fratelli Borghi. Da quel momento, il destino del paese si legò indissolubilmente a quello della famiglia imprenditoriale: per tutto l’800, Varano crebbe e prosperò, diventando uno dei centri più ricchi e all’avanguardia del Varesotto. Lo si vede ancora oggi negli edifici storici: le case operaie, la chiesa, il cimitero e la villa padronale, oggi trasformata in hotel di charme, tutti progettati dall’architetto Paolo Cesa Bianchi. In queste opere i Borghi riuscirono a coniugare praticità e bellezza architettonica.
Altre zone umide da scoprire in bici
La Palude Brabbia non è l’unica oasi naturalistica del territorio, che ne è ricco. Solo per citarne alcune, tra Gallarate, Cavaria e Besnate si estende l’area dei Fontanili, un percorso pianeggiante di circa 2,6 km, facile e adatto a famiglie, che si snoda tra boschi di querce, betulle e sambuchi attorno a una palude centrale. Da qui partono altri sentieri che permettono di esplorare la valle del Boia o raggiungere il fiume Ticino. Ad Angera è famosa l’Oasi della Bruschera, di recente arricchita con pannelli esplicativi sui suoi “abitanti” acquatici e selvatici. Circa 164 ettari di antica foresta allagata affacciata sul Lago Maggiore, designata come sito di importanza comunitaria. Il sentiero è percorribile sia a piedi sia in bicicletta, con molti punti panoramici, ma attenzione: ci sono passaggi stretti e radici molto alte che affiorano, quindi, in alcuni tratti è meglio proseguire a piedi o con molta cautela. L’area comprende boschi di ontani neri, saliceti, canneti e stagni e da qui si può ammirare anche l’Isolino Partegora, piccola isola sul lago dove nel 1776 Alessandro Volta scoprì il metano.







