Sul tetto della Valtravaglia

La passeggiata perfetta per chi cerca un’escursione breve, ma ricca di suggestioni, dove ad ogni passo si alternano natura, tracce di storia e piccoli misteri

È uno dei balconi panoramici più intimi e spirituali sul Lago Maggiore: siamo a circa 800 metri di altezza dove, sospesa tra la Valcuvia e la Valtravaglia, sorge la chiesetta di San Michele al Monte, piccolo gioiello romanico che da quasi mille anni veglia sulle acque azzurre e sui borghi sparsi lungo le rive. Quando si arriva allo spiazzo che precede la chiesa, dopo strade sterrate che si inerpicano tra boschi di castagni, lo sguardo si apre su un panorama che toglie il fiato: il Lago Maggiore si distende come un filo d’argento tra le montagne, il Monte Rosa emerge all’orizzonte con il suo iconico profilo. Un po’ quasi come una Stella Polare per chi vive nelle nostre zone.

Un santuario tra cielo e terra

La chiesa di San Michele, in stile romanico, è tanto povera quanto ricca di arte, spiritualità e bellezza. Racconta una storia che affonda le radici nell’XI secolo, quando le popolazioni che portavano il bestiame ai pascoli estivi avevano bisogno di un luogo dove celebrare i riti religiosi. Nacque così questa chiesetta d’alpeggio: un’aula absidata di circa trenta metri quadri, con l’abside orientata a Est secondo l’uso antico, coperta da volte a crociera. Le parti più antiche, nell’abside, mostrano filari di pietre e ciottoli a spina di pesce, mentre le volte furono probabilmente introdotte nel XII secolo. All’interno, un restauro degli anni 2000 ha riportato alla luce un ciclo di affreschi straordinario: la Madonna in trono con Sant’Antonio Abate e San Bernardo, opera di Guglielmo da Montegrino (1517). Sulla parete sinistra emerge l’arcangelo Michele con altre figure angeliche, affresco unico del XII secolo che raffigura un misterioso “Dominicus cusstos” che tocca il piede dell’arcangelo in gesto di omaggio feudale. La dedicazione all’arcangelo Michele, santo guerriero venerato dai cattolici e dagli ariani, patrono dei Longobardi, rivela l’antichità dell’edificio e i suoi legami con la dominazione longobarda, quando l’Alpe San Michele era un territorio d’alpeggio.

Porto Valtravaglia: una porta sul lago

Il viaggio verso San Michele parte spesso da Porto Valtravaglia, o meglio, amministrativamente è parte di quel comune anche se spesso si raggiunge da Mesenzana. Porto Valtravaglia è molto conosciuto e amato per le sue spiagge nella bella stagione, mentre sono in pochi a conoscere la bellezza dei suoi dintorni. Il comune “capoluogo”, nel suo toponimo porta nel nome la memoria dei tre antichi porti di pesca da cui ebbe origine, ma anche il fatto di trovarsi nella valle che si estende tra il lago e l’entroterra, un tempo nota come Travaglum o territorio trans vallem, appunto. Tra ‘600 e ‘700 il paese si arricchì di eleganti palazzi nobiliari, mentre nel 1759 venne fondata una celebre fabbrica di vetri e cristalli, rinomata per la purezza dei suoi manufatti. Da visitare le sue frazioni sparse: Domo con il suo Battistero di San Giovanni Battista dell’XI secolo, Ligurno, Torre, Ticinallo, dove si respira autentica vita montana. A Domo, antica sede della Pieve di Valtravaglia, la chiesa romanica di Santa Maria Assunta completa un insieme di grande valore storico.

Mesenzana e la torre medievale

Il sentiero verso San Michele al Monte può anche partire da Mesenzana, borgo medievale alle falde del Monte San Martino. Qui la cosiddetta “Tor di Ariann”, potrebbe riferirsi alle battaglie contro gli eretici ariani del IV secolo oppure al termine “Arimanno”, il libero proprietario terriero longobardo. L’antica fortificazione fu distrutta nel 1515 dai francesi. La torre, restaurata nel 1926, testimonia il potere della famiglia “Da Mesenzana” che amministrava il territorio per l’arcivescovo di Milano e dal 1224 si fregiò del titolo di “dominus”, segno di notevole prestigio. Da questa casata provenivano notai, canonici e prevosti delle pievi locali.

Il Trekking degli Insubri: un viaggio magico

Da Mesenzana parte uno dei percorsi più affascinanti e carichi di suggestioni dell’intero Varesotto: il Trekking degli Insubri, circa quattro chilometri (in salita) che attraversano boschi secolari, massi erratici incisi e villaggi fantasma, per arrivare fino all’Alpe San Michele. È un itinerario che non si limita a offrire panorami mozzafiato, ma conduce lungo una via che sembra scavata nel tempo stesso, dove ogni pietra racconta millenni di presenza umana. Ci si inoltra da via Pianazzo e Piatta fino ad arrivare a un sentiero che si addentra nel bosco. Qui il cartello per il percorso è ben indicato e lungo la camminata ci si imbatte in “momenti naturali” affascianti come l’Altare degli Avi: un masso erratico coperto di incisioni rupestri di probabile origine celtica. Il masso, riscoperto dallo storico esploratore Franco Rabbiosi e ripulito pochi anni fa, è parte di un antico itinerario di pellegrinaggio che i Leponzi percorrevano nel I millennio avanti Cristo. I massi incisi, spesso in posizione dominante o ai lati dei sentieri, servivano come altari per offerte. Un culto per propiziare le forze della natura. Risalendo lungo il sentiero si incontra un altro luogo carico di mistero: il villaggio abbandonato di Cavojasca. Probabilmente di origine celtica, come sembrerebbe suggerire il toponimo con desinenza in “-asca” e la vicinanza al masso altare, Cavojasca fu abitato fino al 1943. In quell’anno tragico, durante i giorni dell’armistizio, Paola Cerini, l’ultima abitante del borgo, rimase uccisa dal fuoco nazista. Il villaggio, ora sovrastato dalla vegetazione del Bosco Sacro, appare misterioso e desolante nella sua rovina. Le abitazioni in pietra, un tempo dimora di carbonai, sono avvolte da rovi e ortiche. Nel ‘500 vi trovò rifugio Francesco da Cavojasca, brigante scomunicato per le sue malefatte. Nel 1630, durante la peste che devastò la regione, vi furono costruite capanne per accogliere i malati. Ora Cavojasca è un paese fantasma dove il confine tra realtà e mito resta sottile, un luogo dove il tempo si è fermato e la memoria dei secoli affiora tra le pietre ricoperte di muschio.

Il ritorno alla luce

Il Trekking degli Insubri conduce all’Alpe San Michele chiudendo un cerchio che unisce la spiritualità celtica a quella cristiana, il paganesimo all’ortodossia, la vita pastorale all’esperienza mistica. Quando si arriva allo spiazzo davanti alla chiesetta, dopo aver attraversato boschi sacri e villaggi scomparsi, se si è arrivati a piedi San Michele al Monte sembra un po’ il punto di arrivo di un pellegrinaggio che ha attraversato i secoli e i popoli. Ma la bella notizia è che se non si ha voglia di camminare è facilmente raggiungibile in auto tramite una stretta e tortuosa strada asfaltata che passa per Brissago Valtravaglia. Da lì, altri sentieri partono verso il bosco tra soste panoramiche e, sì, anche un ristoro.

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