Serve-una-nuova-cultura-organizzativa

Di quale cultura è oggi portatrice l’industria? Quanti manager saprebbero dare un perché alla propria impresa, descrivere il motivo profondo per cui esiste e produce risultati? Anche se può sembrare strano, a queste domande è legato lo sviluppo della transizione sia digitale, sia sostenibile. Temi su cui i nuovi titolari d’impresa si continuano a interrogare, come dimostra l’intervento della Presidente Giorgia Munari all’ultima Assemblea annuale del Gruppo Giovani Imprenditori di Univa, di cui viene qui di seguito riproposto un ampio stralcio 

In questo periodo così difficile abbiamo spesso sentito risuonare il ritornello di cogliere la pausa di riflessione, imposta dal momento, come un’occasione di ripensamento e di studio. Il Gruppo Giovani Imprenditori dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese lo ha fatto veramente. All’interno del World Manufacturing Forum, che ha l’obiettivo di interpretare le tendenze globali del settore manifatturiero, il nostro Movimento ha coordinato un gruppo di studio che ha portato alla realizzazione del white paper di posizionamento e di proposta intitolato “Young Entrepreneurs in the new era of sustainability and digitalization”. 

Ci siamo confrontati con docenti universitari, colleghi imprenditori, startupper, studenti e giornalisti delle più varie nazionalità, per arrivare a redigere un documento che speriamo possa essere di ispirazione per le nuove generazioni di titolari d’impresa, ma anche un contributo per un ripensamento di ogni genere di azienda e per le politiche pubbliche a sostegno dell’industria moderna. Se è vero che nulla sarà più come prima, è anche vero che l’improvvisazione, l’intuito e la capacità di reazione, necessari in una prima fase di un cambiamento epocale come quello scatenato dalla pandemia, in una seconda fase come l’attuale di radicamento delle trasformazioni, devono lasciare il posto ad un pensiero, ad una visione, ad una strategia. In una parola: ad una organizzazione. O meglio, ad una nuova cultura organizzativa. 

L’avvento del Covid-19 ha, da una parte, sconvolto le radici dell’economia globale e degli equilibri geopolitici, minacciando i fondamentali della globalizzazione. Dall’altra, ha accelerato processi culturali e tecnologici volti al digitale e alla trasformazione sostenibile delle attività. Fenomeni che avevano già cominciato ad emergere negli ultimi anni. Ciò impone di ripensare i sistemi produttivi, i paradigmi di governance, le collaborazioni pubblico-privato e il rapporto con i nostri stakeholder, primo tra tutti il territorio e le sue comunità. La vera domanda, però, è: come riuscirci?  In un contesto così dirompente i giovani imprenditori devono rappresentare una risorsa preziosa da valorizzare nella costruzione di una nuova cultura. È qui che sta il vero motore del cambiamento: nella cultura. Più precisamente nella cultura organizzativa. Tutte le trasformazioni che viviamo sono sì tecnologiche, sono sì economiche, sono sì logistiche. Ma tutte muovono dal necessario riposizionamento delle nostre imprese e dei nostri sistemi organizzativi più nel profondo. Per questo abbiamo posto al centro del nostro Paper del Wmf la cultura organizzativa. Occorre però precisare cosa intendiamo con questo termine. 

“Dobbiamo decodificare nuovi modelli di fare impresa ed economia. Il progresso è fatto di cultura aziendale e di relazioni con i contesti di riferimento. È in questa declinazione che vanno letti i fenomeni legati al digitale e alla sostenibilità. Ed è in questo scenario che si inserisce il ruolo che possiamo rivestire come giovani imprenditori”

Semplificando al massimo il concetto per intavolare un discorso il più possibile pragmatico, possiamo definire la cultura organizzativa come l’insieme di tutti quei meccanismi che guidano l’impresa sia nei suoi rapporti interni, sia con l’ambiente esterno. Modi di percepire il contesto che ci circonda, di pensare, di sentire. E poi ancora comportamenti, modalità di relazione, conoscenze, norme scritte e non scritte che definiscono cosa è accettato e rifiutato in un’azienda, cosa viene incoraggiato e cosa no. Potremmo definire la cultura organizzativa come lo spirito dell’impresa. In quanto tale la cultura aziendale è impalpabile, ma allo stesso tempo alla base di ogni processo sia produttivo sia relazionale, che impatta sui risultati e sulla capacità stessa di un’impresa di avere successo nel tempo.

Quanti imprenditori saprebbero, però, rispondere di getto alla domanda diretta: “Qual è la cultura diffusa nella tua azienda?” Quanti manager o titolari saprebbero definirla e spiegare come si è formata? Quanti saprebbero dare un perché alla propria impresa, descrivere il motivo profondo per cui la propria azienda esiste e sviluppa risultati? Lo so, sono provocazioni. La realtà, però, è che parliamo spesso di governance, di strategie, di business plan e di progetti di innovazione. Ma troppo poco di cultura organizzativa e di modelli per definirla e codificarla. La cultura organizzativa nella maggior parte dei casi non viene né scelta, né analizzata, pochi se ne occupano attivamente. È come una pianta spontanea, dai cui frutti, però, dipende il nostro futuro. Averne consapevolezza e saperla modellare significa permettere alle nostre imprese di scoprire le modalità più funzionali e innovative di collaborare in diversi contesti, per portare miglioramenti nei risultati e nel benessere prodotti. Le nostre aziende, penso qui nello specifico a quelle del nostro territorio varesino, hanno avuto successo nel tempo affermando la provincia di Varese come uno dei motori di sviluppo del Paese perché sono state capaci nel tempo di coniugare il sapere con il fare. Un “saper fare”, a cui oggi siamo chiamati ad aggiungere un terzo elemento: la consapevolezza.  Servono modelli consapevoli di una nuova organizzazione in azienda. Da ciò dipende la capacità di ogni impresa di essere attrattiva delle migliori competenze. 

Ciò che è impalpabile per i più, per i giovani fa la differenza se accettare o rifiutare un incarico. Se far parte di un’organizzazione ispirata a determinati valori o se sposare una diversa causa lavorativa. Pensiamo alla voglia di cambiamento, allo spirito innovativo, alla curiosità, al coraggio di affrontare più apertamente la possibilità di un fallimento, alle competenze specifiche sulla digitalizzazione e sulla sostenibilità. Tutti elementi di cui le nostre imprese hanno un disperato bisogno, ma che dobbiamo saper attrarre. Allo stesso tempo, però, dobbiamo saper incanalare le caratteristiche innate dei giovani verso modelli strutturati in grado di gestire il cambiamento. Anche qui l’istinto non basta. L’innovazione ha bisogno di strade da percorrere alla giusta velocità e con i giusti mezzi. Serve allenamento. Serve metodo. Serve un riposizionamento. Prendere consapevolezza della cultura organizzativa e assumersi la responsabilità di evolvere consapevolmente è sicuramente impegnativo per il coinvolgimento personale richiesto a tutti, ma infinitamente meno gravoso da un punto di vista anche solo puramente economico, se non anche sociale. Addirittura, offre ampi spazi di maggior produttività. Le ricerche accademiche di realtà come Harvard ci dicono che un’organizzazione con una cultura diffusa orientata alla positività e al benessere delle persone offre risultati sorprendenti: +31% di produttività individuale; +37% di fatturato; +300% di capacità di innovare; +44% di fedeltà al proprio posto di lavoro.Dobbiamo però declinare la sfida di una nuova cultura organizzativa su due leve di cambiamento precise: la digitalizzazione e la sostenibilità.

Come tradurre lo spirito innovativo dei giovani imprenditori in una solida cultura organizzativa ispirata al nuovo, in grado di permeare in maniera allargata il sistema economico e imprenditoriale, su due fronti così strategici e importanti per il nostro futuro? A questa domanda il nostro Paper, presentato al World Manufacturing Forum, risponde attraverso sette raccomandazioni (per approfondirle leggi l’articolo precedente o scarica il Paper su worldmanufacturing.org, ndr) su tre livelli di intervento: sulle singole imprese; sui rapporti tra aziende e quindi sull’ecosistema nel quale operano; sulle politiche di sviluppo, siano esse associative o istituzionali. [...]

Siamo convinti che solo la costruzione di una nuova cultura organizzativa possa garantire che l’impresa progredisca con successo. Dobbiamo decodificare nuovi modelli di fare impresa ed economia. Il progresso è fatto di cultura aziendale e di relazioni con i contesti di riferimento. È in questa declinazione che vanno letti i fenomeni legati al digitale e alla sostenibilità. Ed è in questo scenario che si inserisce il ruolo che possiamo rivestire come giovani imprenditori. Il ruolo di cambiare il nostro Paese e il nostro territorio, a partire dalle nostre aziende.  

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