Dalla materia a ciò che è stato e non è più

Al MA*GA Due mostre dedicate a Paolo Scheggi, artista fiorentino ma milanese d’adozione, erede dello Spazialismo e a Vincenzo Agnetti, figura di riferimento dell’Arte Concettuale in Italia e a livello internazionale

Due mostre autonome, ma costruite in stretta relazione, tanto che l’una sembra rappresentare la prosecuzione ideale dell’altra. Al centro, due artisti profondamente diversi: il primo sviluppa una ricerca fondata sui volumi, sulle forme geometriche e sul rapporto con l’architettura reale; il secondo incarna pienamente i principi dell’Arte Concettuale, nella quale l’oggetto fisico diventa secondario rispetto all’idea, al linguaggio, al tempo e al processo mentale. Paolo Scheggi e Vincenzo Agnetti sono i protagonisti delle due personali ospitate fino all’11 ottobre 2026 al Museo MA*GA di Gallarate. Ad accogliere il visitatore è anzitutto la mostra dedicata a Scheggi, intitolata “Qui e altrove. Gli ambienti di Paolo Scheggi 1964-1971”, curata da Ilaria Bignotti ed Emma Zanella, realizzata in occasione dell’acquisizione dell’opera “Struttura modulare” (1967), ottenuta grazie alla vincita del bando PAC – Piano per l’Arte Contemporanea 2025 promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Nato nel 1940 e morto nel 1971, Scheggi, toscano di origine e milanese d’adozione, è considerato uno dei protagonisti delle sperimentazioni artistiche degli anni ‘60, erede dello Spazialismo e interprete della pittura monocroma e oggettuale.

L’artista sviluppa la propria ricerca nell’ambiente milanese, accanto a Lucio Fontana e agli autori legati alle esperienze di Azimuth, mettendo in discussione la tela intesa come semplice superficie. “Il fulcro dell’esposizione – racconta Emma Zanella, co-curatrice della mostra e direttrice del MA*GA – è il passaggio dalla superficie pittorica alla progettazione di veri e propri ambienti. L’opera non è più qualcosa da osservare frontalmente, ma diventa uno spazio nel quale il pubblico può entrare, muoversi e vivere un’esperienza. Gli ambienti sono pensati per modificare la relazione tra opera, spazio, spettatore e contesto circostante”. La mostra ripercorre la genesi degli environments progettati tra il 1964 e il 1971, includendo l’iconica “Intercamera plastica” gialla del 1966 e, in anteprima assoluta, le ricostruzioni filologiche della “Tomba della Geometria” e della “Piramide. DELLA METAFISICA”. I due ambienti, ideati nel 1970 e dispersi dopo la mostra antologica di Bologna del 1976, riemergono dopo cinquant’anni grazie a un lavoro sui documenti d’archivio. “Spesso le opere ambientali venivano smantellate a fine mostra – spiega Zanella –. In questa occasione l’Associazione Paolo Scheggi le ha ricostruite sulla base dei progetti originali, consentendo al pubblico di attraversarle ancora una volta. Testimoniano l’approdo dell’artista a una riflessione sulla morte, sul destino della cultura occidentale e sul superamento della dimensione contingente”.

La “Tomba della Geometria” si presenta come un parallelepipedo nero e riflettente, sulle cui pareti interne compaiono i nomi delle figure geometriche piane e solide. All’interno dell’ambiente viene diffusa la marcia funebre di Chopin. Riflettendosi sulle superfici, il visitatore assiste simbolicamente alla fine di un’epoca dominata dalla razionalità cartesiana. La “Piramide. DELLA METAFISICA” è invece uno spazio bianco e luminoso, al cui interno compare una lastra specchiante con la scritta “DELLA METAFISICA”. La superficie riflette chi osserva, coinvolgendolo nella dimensione simbolica dell’opera. Chiude la mostra di Scheggi la prima opera dell’esposizione di Angetti, “Il Trono”, installazione realizzata dai due artisti a quattro mani nel 1970. L’opera riflette sul potere e sulla sua componente funebre, traendo ispirazione dal monumento sepolcrale dedicato ad Antonio Canova. Con ironia, il trono vuoto esprime l’assenza del potere, il posto lasciato vacante. La fase conclusiva della ricerca di Scheggi confluisce così simbolicamente nell’apertura della personale dedicata ad Agnetti, intitolata “Le strade terminano prima di cominciare. Vincenzo Agnetti e le tracce fotografiche” e curata da Alessandro Castiglioni, Vicedirettore del Museo MA*GA.

L’esposizione nasce dalla partecipazione al bando ministeriale “Strategia Fotografia”, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea. Il progetto ha consentito all’istituzione gallaratese di acquisire tre opere fotografiche concettuali appartenenti a “Dopo le grandi manovre”. “La genesi della rassegna è il risultato di un dialogo avviato più di due anni fa con l’Archivio Vincenzo Agnetti – spiega Zanella –, presieduto dalla figlia dell’artista, Germana, con l’obiettivo di selezionare le opere e costruire un percorso capace di mettere in luce l’uso della fotografia non come semplice strumento documentario, ma come medium concettuale, allusivo e poetico. L’esposizione si inserisce, inoltre, nelle celebrazioni per il centenario della nascita di Agnetti, offrendo una rilettura approfondita della sua ricerca sul linguaggio, sul tempo e sulla memoria” Considerato uno dei protagonisti dell’Arte Concettuale italiana e internazionale del ‘900, Agnetti è stato artista visivo, saggista, poeta e teorico dell’arte. La sua ricerca attribuisce alla parola e al concetto un peso maggiore rispetto a quello dell’oggetto fisico esposto. Superando l’idea della fotografia come semplice riproduzione del reale, l’autore trasforma l’immagine in una traccia della memoria, testimonianza di ciò che è stato. Proprio come la parola, lo scatto smette di descrivere l’oggetto per diventare un dispositivo linguistico capace di suggerire, alludere e rimandare continuamente a nuovi significati. Il titolo “Le strade terminano prima di cominciare” appartiene a una delle opere acquisite dal MA*GA. È una frase che spezza la linearità del ragionamento e mette in discussione la certezza di una direzione. Agnetti lavora, infatti, sul doppio senso e sulla crisi della razionalità occidentale, riflettendo sul percorso e sulla domanda: “Dove stiamo andando?”

Nel ciclo “Dopo le grandi manovre”, l’artista milanese mette in scena un continuo processo di traduzione tra significati antichi e nuovi. La serie, realizzata tra il 1978 e il 1980, nasce dopo l’acquisto, in un mercatino di Gibilterra, di un vecchio album contenente fotografie dell’800. Agnetti rifotografa le immagini raccolte nel volume, le ingrandisce e le associa a testi, segni, tempera e altri materiali. In questo modo, ciascuna fotografia conserva gli elementi del passato, ma viene collocata in una dimensione nuova, poetica e concettuale. Tra i lavori che meglio racchiudono il pensiero dell’autore figura “Libro dimenticato a memoria”, opera che riflette sul processo di apprendimento. “Spesso dimentichiamo il percorso attraverso il quale abbiamo acquisito una conoscenza – puntualizza Emma Zanella –, ma ciò avviene proprio perché quella conoscenza è diventata parte di noi. La dimenticanza è dunque soltanto apparente: è il risultato di un’assimilazione talmente profonda da non essere più percepita come qualcosa di esterno”. Realizzato nel 1970, il lavoro consiste in un libro di grandi dimensioni composto esclusivamente dai margini esterni delle pagine, mentre al centro rimane uno spazio vuoto. Agnetti sintetizza il concetto nella frase: “La cultura è l’apprendimento del dimenticare”. Le pagine svuotate rappresentano una conoscenza assimilata fino al punto di non avere più bisogno di essere scritta. Imparare significa trasformarsi e, almeno in parte, dimenticare. Con questo doppio percorso espositivo, il Museo MA*GA rende omaggio a due protagonisti delle avanguardie del secondo ‘900 e off re al pubblico un’occasione di confronto tra due ricerche differenti, ma complementari. Un progetto di respiro internazionale che conferma il ruolo di Gallarate e del territorio varesino nel panorama dell’arte contemporanea.

Qui e altrove. gli ambienti di Paolo Scheggi 1964-1971

Le strade terminano prima di cominciare. Vincenzo Agnetti e le tracce fotografiche

Museo MA*GA, Via E. De Magri 1, Gallarate Fino all’11 ottobre 2026 Da martedì a venerdì: dalle 10.00 alle 18.00. Sabato e domenica: dalle 11.00 alle 19.00 Le mostre sono realizzate nell’ambito di Varese Cultura 2030, progetto promosso dalla Provincia di Varese e finanziato da Fondazione Cariplo. Sky Arte è media partner.

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