Con il private equity il capitale diventa sviluppo
Secondo l’Osservatorio PEM della LIUC Business School, nei primi mesi del 2026, il mercato ha registrato 145 nuovi investimenti. A spiegare come funziona lo strumento è Anna Gervasoni, Direttore Generale di AIFI
Non è un prestito. Non è un incentivo. Non è un contributo pubblico. E nemmeno un mero strumento finanziario fine a se stesso, ma l’ingresso di un investitore nel capitale di un’impresa non quotata, con l’obiettivo di accompagnarla in un percorso di crescita. Si tratta del private equity. Un’operazione in cui un fondo entra nell’azionariato di un’azienda, spesso al fianco dell’imprenditore e del management, condivide un piano industriale, mette a disposizione capitali e competenze, sostiene investimenti, acquisizioni, processi di managerializzazione, internazionalizzazione e innovazione. Poi, una volta raggiunti gli obiettivi, disinveste. Non per abbandonare l’impresa, ma perché questa è la natura stessa dello strumento: creare valore in un arco di tempo definito. Ma cosa cerca davvero un fondo quando entra in un’azienda? E cosa deve aspettarsi un imprenditore? A rispondere a queste domande è Anna Gervasoni, Direttore Generale di AIFI, Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt e Rettore dell’Università LIUC.
Professoressa Gervasoni, innanzitutto, che cos’è il private equity?
Il private equity è un segmento del mercato finanziario che fornisce capitale di rischio a imprese non quotate. Non esiste un modello standard. Ci sono diverse modalità di ingresso nel capitale e svariati tipi di operatori. In Italia ci sono circa 200 operatori di private equity associati ad AIFI, ognuno con strategie differenti. L’operazione più comune è quella in cui un fondo compra una quota dell’azienda da soci che vogliono cedere, entra al fianco di chi guida l’impresa e lavora su un progetto di sviluppo. Fino a che, dopo un periodo, in genere di cinque o sei anni, il fondo esce cedendo la propria quota. Esistono anche altri modelli, misti e più articolati, ma il comune denominatore è il medesimo: il fondo di private equity diventa azionista per affiancare l’imprenditore in un processo di crescita dell’azienda. Non è un mestiere meramente finanziario. È un’attività di affiancamento al management per aiutare l’impresa a creare valore, sostenere la crescita organica, affrontare transizioni digitali e green, ma anche a gestire passaggi generazionali e costruire poli aziendali più competitivi a livello internazionale.
I numeri che fotografia restituiscono del mercato italiano?
Gli ultimi dati disponibili, relativi al 2025, descrivono un mercato in buona salute. Il numero di operazioni, tra private equity, venture capital e infrastrutture, è cresciuto (887, +21% rispetto al 2024), i volumi del private equity sono rimasti sostanzialmente stabili, in lieve crescita, mentre sono calate le attività di investimento infrastrutturale. Anche per il 2026, gli indicatori segnalano una partenza positiva, in aumento rispetto al 2025 per numero di operazioni (secondo l’Osservatorio Private Equity Monitor della LIUC Business School, nel primo trimestre dell’anno, il mercato ha registrato 145 nuovi investimenti, ndr). A fare la parte del leone continua a essere la Lombardia: nel 2025, è qui che si è concentrato il 47% degli investimenti realizzati in Italia. A livello settoriale, l’Ict (Information and Communication Technology) è stato il primo comparto per numero di operazioni, con il 32% del totale, seguito da beni e servizi industriali e medicale. Per ammontare investito, invece, al primo posto si collocano energia e ambiente (30% del valore complessivo), seguiti da Ict e beni e servizi industriali.
Ci sono margini di crescita?
Sì, il settore in Italia ha ampi margini di sviluppo. Lo dimostra anche il forte interesse degli investitori e dei fondi internazionali che continuano a guardare al nostro Paese come a un mercato con potenziale. Nel 2025, secondo l’analisi AIFI-PwC, il 73% dell’ammontare complessivo investito è arrivato da operatori esteri, per un valore di oltre 8 miliardi di euro.
Quali imprese interessano di più ai fondi?
Il private equity guarda alle imprese con potenziale di crescita e innovazione, a prescindere dal settore. Ci sono comparti oggi molto interessanti, come l’aerospazio o tutto ciò che riguarda salute e medicina, ma il fattore decisivo non è solo l’appartenenza settoriale. Conta soprattutto l’ambizione dell’impresa: di fare un salto di qualità, di introdurre tecnologia nei processi, di strutturarsi dal punto di vista manageriale e di aprirsi ai mercati internazionali.
Qual è il fattore essenziale per il successo di un’operazione?
Il management. La presenza di manager competenti, capaci di condividere e realizzare il piano industriale di sviluppo, è fondamentale. Senza una squadra allineata sugli obiettivi, il capitale da solo non basta.
Qual è, invece, lo scopo del fondo?
Un fondo investe in un’azienda non quotata quando ritiene che, dopo alcuni anni, quell’impresa possa valere molto di più. Investe capitali e competenze per farle compiere un salto di qualità. La logica è questa: aiutare l’imprenditore a creare valore, far crescere la dimensione aziendale, rendere l’impresa più manageriale, più internazionale e più innovativa. Se questo percorso riesce, la realtà industriale vale di più e anche la quota del fondo, al momento dell’uscita, genera rendimento.
Quindi è essenziale l’allineamento tra il fondo e l’imprenditore.
Moltissimo. Fondo e imprenditore devono avere lo stesso obiettivo ed essere allineati sullo stesso piano industriale. Senza una visione comune non può esserci un’operazione di successo.
La recente manovra fiscale ha introdotto una significativa riduzione degli incentivi. Questo può essere un fattore che spinge le imprese verso il private equity?
Non credo che un’impresa scelga il private equity semplicemente perché non trova un incentivo o un finanziamento. Sono logiche diverse. Lo sceglie se vuole davvero fare un salto di qualità, aprirsi a una mentalità più professionale e internazionale, affrontare un percorso di cambiamento. Gli incentivi, se ci sono, sono utili. Anche il credito bancario può esserlo. Ma il private equity significa un altro tipo di crescita, di sviluppo e di trasformazione.







