Nell’economia reale gli investimenti sono sempre più immateriali
Software, dati, brevetti e reti stanno ridisegnando i confini delle imprese, spingendo il sistema produttivo verso nuovi strumenti finanziari capaci di accompagnare rischio, innovazione e crescita
“Non stiamo assistendo alla fine della manifattura, ma a una sua trasformazione profonda”. Giorgio Gobbi, Direttore della sede di Milano di Banca d’Italia, lo ha spiegato durante la prima giornata del “Festival della finanza per l’economia reale”, organizzato dall’Università LIUC di Castellanza in collaborazione con AIFI, Confindustria Varese e Investire, dedicata ai nuovi equilibri tra imprese, innovazione e capitale. Il punto di partenza è semplice solo in apparenza: il valore delle aziende oggi passa sempre più da software, dati, brevetti, competenze e reti immateriali. E questo cambia anche il modo di finanziare l’economia reale.
Direttore Gobbi, nel ‘900 il credito bancario era legato soprattutto a beni tangibili: capannoni, macchinari, scorte. Oggi il valore delle imprese sembra essere sempre più immateriale. Cosa sta cambiando?
Bisogna avere cautela perché parliamo di una fase di transizione che non è ancora compiuta e che procede a velocità diverse nei vari Paesi e nei diversi settori dell’economia. Però c’è un fatto abbastanza evidente: le attività immateriali hanno un peso crescente nelle imprese. Pensiamo ai software, ai dati, al cloud, all’Intelligenza Artificiale. Anche in un Paese manifatturiero come l’Italia, i sistemi produttivi sono sempre più basati sull’economia digitale. Non significa rinunciare alla manifattura, significa che la manifattura cambia.
Questo cambiamento modifica anche il modo di valutare il rischio?
Sì, inevitabilmente. Quando nei processi produttivi hanno ruolo rilevante le attività immateriali, cambia il rapporto tra impresa e finanza. Studi condotti a livello internazionale mostrano che nelle economie dove aumenta il ruolo delle attività immateriali, il credito bancario alle imprese perde peso rispetto ad altre forme di finanziamento. Le banche, per la loro natura di nodi sistemici del mercato finanziario, possono assumere rischi in misura contenuta. L’innovazione, che nel nostro secolo è strettamente intrecciata alle attività immateriali, invece, è un processo molto rischioso. Per questo viene finanziata soprattutto con strumenti più vicini al capitale che al debito.
Perché il debito tradizionale è meno adatto all’innovazione?
Il contratto di debito funziona così: se il progetto finanziato ha successo e l’impresa cresce e si espande, il creditore riceve il capitale prestato agli interessi, non partecipa ai guadagni straordinari, ma subisce perdite in caso di insuccesso. Chi investe capitale di rischio partecipa anche all’“upside”, cioè ai benefici della crescita. È per questo che le attività innovative, caratterizzate da una forte varianza negli utili attesi, richiedono strumenti finanziari capaci di assorbire il rischio.
Quindi il modello bancocentrico italiano è destinato a ridimensionarsi?
Le banche restano infrastrutture fondamentali del Paese. Intermediano il risparmio delle famiglie, ma hanno un peso minore rispetto al passato nel finanziamento delle imprese. In quasi tutti i Paesi europei il volume dei prestiti alle famiglie ha superato quello di finanziamenti bancari alle imprese. Questo non significa che il credito bancario non serva più alle imprese. Riveste ancora un ruolo molto rilevante per finanziarie gli immobili, il capitale circolante e l’operatività corrente. Ma diventa complementare rispetto ad altri strumenti.
L’Italia è in ritardo rispetto a questa trasformazione?
Non siamo sulla frontiera tecnologica come Stati Uniti o Cina, ma non siamo neppure gli ultimi della classe. Anzi, alcuni studi mostrano che l’Italia riesce a ottenere risultati importanti pur investendo relativamente poco in ricerca e nelle Università di eccellenza rispetto ad altri Paesi. Certo, in un mondo che corre molto velocemente dovremmo accelerare anche noi.
L’Europa sembra aver preso coscienza di questo tema. È così?
Sì, una maggiore consapevolezza c’è. La Banca Europea per gli Investimenti, ad esempio, offre una vasta gamma di strumenti finanziari a sostegno della transizione tecnologica, in particolare strumenti di equity e quasi-equity. Altre iniziative sono promosse dalla Commissione e dai singoli Stati. Non sempre in modo perfettamente coordinato, ma il tema è sul tavolo.
La finanza europea e italiana sono pronte a sostenere imprese che producono conoscenza?
Sul venture capital sono stati fatti passi avanti enormi, anche grazie all’intervento pubblico. Vent’anni fa, in Italia, era quasi un mondo per amatori. Oggi esiste un ecosistema molto più strutturato. Il punto critico riguarda invece la fase successiva: quando le imprese crescono e hanno bisogno di capitali più consistenti. È lì che servono investitori con “tasche più grandi”.
È il tema del cosiddetto capitale paziente?
Esattamente e non è un problema soltanto europeo. Anche negli Stati Uniti, dove l’intermediazione del capitale si è sviluppata da molto più tempo, ci si interroga sul fatto che alcuni capitali siano troppo orientati al rendimento su orizzonti troppo brevi rispetto ai tempi necessari per i progetti innovativi, almeno in alcuni settori. Se si investe in innovazione con ritorni distribuiti su un arco temporale molto lungo, servono capitali molto pazienti. E serve un ecosistema completo, capace di accompagnare la crescita senza creare squilibri.
In questo scenario, il passaggio generazionale delle imprese italiane diventa decisivo.
Sì, soprattutto in territori come Lombardia, Veneto ed Emilia- Romagna. Una generazione di imprenditori straordinari sta passando il testimone. Se riusciremo a gestire bene questa transizione conserveremo un patrimonio enorme di competenze, relazioni e capacità produttiva.
Lei parla spesso della qualità del capitalismo manifatturiero italiano. Cosa la colpisce di più?
La capacità di specializzazione: si tratta di aziende sartoriali. Diverse imprese italiane hanno capito molto presto che non potevano competere sui grandi volumi e hanno scelto produzioni ad altissimo valore aggiunto. Sono specializzazioni che consentono di stare sui mercati globali in modo originale e competitivo.
Eppure, questo patrimonio viene raccontato poco.
È vero, andrebbe narrato molto di più. Ci sono imprenditori straordinari che non finiscono nelle cronache economiche, ma che rappresentano una parte fondamentale della forza del Paese. In molte imprese italiane esiste ancora l’idea che, se fai bene le cose, il risultato economico arriva come conseguenza. E credo che questa sia una delle ragioni profonde dei risultati del nostro sistema produttivo.







