Quando è “EVA” a guidare le imprese di famiglia
Il 23% delle aziende familiari italiane sono capitanate da donne. Un dato aumentato negli ultimi dieci anni, ma che resta limitato
Il 23% delle imprese familiari italiane è guidato da donne. Un dato in crescita del +3% negli ultimi dieci anni. Ma ancora limitato. Soprattutto se si considera un aspetto non da poco: le donne che arrivano ai vertici delle aziende di famiglia sono, in media, più preparate e hanno maggiori esperienze maturate all’esterno rispetto ai colleghi uomini. È questo il quadro che emerge dalla ricerca sulla leadership femminile nelle imprese familiari realizzata da Fabula, il Family Business Lab dell’Università LIUC di Castellanza. “Questi numeri ci raccontano di una trasformazione ancora incompiuta, ma già capace di produrre effetti misurabili sullo sviluppo e sulla crescita delle imprese – racconta Salvatore Sciascia, Co direttore di Fabula insieme alla collega Valentina Lazzarotti –. Non solo in termini economico finanziari, dove l’impatto della leadership femminile viene associato a un miglioramento della redditività e del fatturato. Ma anche, e soprattutto, sul piano imprenditoriale, organizzativo, sociale e reputazionale”. In altre parole: quando una donna arriva alla guida di un’impresa familiare, non cambia soltanto chi prende le decisioni.
Cambia spesso il modo in cui l’azienda interpreta il proprio ruolo, costruisce il futuro, gestisce le persone, innova e si relaziona con il territorio. La ricerca della LIUC parte da una domanda precisa: quali sono le caratteristiche e i percorsi delle donne che guidano le imprese familiari? Le risposte mostrano una realtà tutt’altro che uniforme. C’è chi arriva al vertice raccogliendo il testimone all’interno della famiglia. C’è chi lo fa da sola. Chi insieme a fratelli, sorelle, cugini o cugine. C’è chi, invece, assume un ruolo imprenditoriale più marcato, dando vita a nuovi progetti e modelli di business. Percorsi diversi, ma accomunati da una stessa volontà: trasformare l’eredità familiare in una responsabilità sociale d’impresa. “Tra i principali driver dell’ascesa femminile emergono proprio la continuità aziendale e i valori, con un punteggio medio di 4,39 (su una scala da 1 a 5), seguiti dalla responsabilità verso il futuro dell’impresa, pari a 4,27 e dal desiderio di aiutare gli altri attraverso il proprio lavoro e l’attività aziendale (4,07)”, spiegano i professori Sciascia e Lazzarotti. Dati che dicono molto della cultura imprenditoriale che sostiene queste leadership: “Non una ricerca individuale di potere, ma la volontà di dare continuità a una storia, incidere sulle scelte strategiche, generare un impatto positivo dentro e fuori l’impresa”, incalzano i ricercatori di Fabula.
La ricerca del Family Business Lab sintetizza l’essenza di questa leadership in tre parole: empatia, visione, autenticità. Tre dimensioni che compongono l’acronimo EVA e che aiutano a leggere il contributo specifico delle donne al comando. “L’empatia si traduce in cura, inclusione, capacità di ascolto e condivisione delle responsabilità. Significa creare spazi in cui le persone possano contribuire, crescere, sentirsi parte di un progetto comune – tengono a sottolineare i Co-direttori –. La visione, invece, richiama la capacità di guardare lontano, di assumere decisioni complesse, di trasformare i problemi in opportunità. L’autenticità, infine, riguarda la coerenza personale: restare fedeli ai propri valori, bilanciare vita e lavoro, portare dentro l’impresa non un modello astratto di leadership, ma una presenza riconoscibile, concreta, credibile”.
Gli effetti di questo approccio si vedono soprattutto nelle performance imprenditoriali. La leadership femminile viene associata al miglioramento dei processi esistenti; al rafforzamento della competitività e della resilienza aziendale; allo stimolo della cultura dell’innovazione e della sperimentazione; alla maggiore capacità di adattarsi ai cambiamenti di mercato. Si tratta di un profilo di leadership che non si limita a conservare, ma accompagna l’impresa in un percorso di evoluzione, spesso necessario per affrontare mercati più instabili, filiere più complesse, nuove aspettative da parte di clienti, collaboratori e comunità. Particolarmente significativo è anche l’impatto sulle dimensioni Esg. “Sul fronte ambientale, la presenza femminile ai vertici favorisce l’adozione di policy orientate alla tutela dell’ambiente – informano Sciascia e Lazzarotti –. Sul piano della governance, emergono miglioramenti nella comunicazione e nelle pratiche di reporting e nello sviluppo di codici etici”.
Ma è nella dimensione sociale che i benefici risultano più evidenti. Il miglioramento delle condizioni di lavoro e la creazione di un ambiente coeso ottengono il punteggio più alto: 4,19 su 5. Seguono il rafforzamento dell’immagine e della reputazione dell’impresa (4,15), lo sviluppo di politiche di welfare (4,06) e i piani di formazione (3,94). Numeri che confermano come la leadership femminile tenda a investire sulle persone come parte integrante della competitività aziendale. Il quadro che emerge dalla ricerca è chiaro: “Le donne alla guida delle imprese familiari non rappresentano soltanto una questione di equilibrio di genere. Sono un fattore di cambiamento strategico – concludono i ricercatori del Family Business Lab della LIUC –. Portano competenze, esperienze, visioni e stili di governance capaci di rafforzare l’impresa, renderla più resiliente, più aperta all’innovazione, più attenta alla sostenibilità e più radicata nella propria comunità”.




