Ventisei anni di racconto dell’arte
Dopo quasi tre decenni, Luisa Negri sceglie di fermarsi, consegnando ai lettori un patrimonio di sguardi e di memoria. In queste pagine ripercorriamo la sua avventura giornalistica tra incontri, maestri, città e kermesse, con gratitudine e senza retorica
Per oltre venticinque anni Luisa Negri ha accompagnato i lettori di Varesefocus alla scoperta di mostre, opere e percorsi artistici del Varesotto e non solo, con la discrezione e la misura di chi ha sempre lasciato che fosse l’arte a parlare per prima. Luisa, varesina doc, classe 1950, storica collaboratrice del magazine edito da Confindustria Varese, oggi sceglie di fermarsi. E questa volta, sulle pagine di Varesefocus, verrà raccontata la sua di storia, la sua avventura giornalistica lunga quasi tre decenni, tra incontri, immagini, artisti e luoghi che hanno segnato il suo cammino personale, prima ancora che professionale. Quella che nasce è una narrazione che non è solo un bilancio, ma una restituzione: di tempo, di passione, di una lunga fedeltà all’arte e al territorio.
Quando è iniziata la tua collaborazione con Varesefocus? Ricordi il primo articolo scritto per il magazine?
Ho iniziato la mia collaborazione fin dal primo numero del 2000 sulle pagine di Territorio. A chiamarmi fu lo stesso Direttore Mauro Luoni. Facevamo entrambi parte di un manipolo di cultori di storia locale che aveva dato seguito alla rivista varesina Tracce. La richiesta di Luoni, arrivata inattesa da un giorno all’altro, mi fece grande piacere. Ma avvertivo anche la responsabilità di collaborare con un nuovo magazine, inserto de Il Sole 24 Ore, che immaginavo di grande rilevanza e diffuso non solo nel territorio di Varese, ma anche nell’Altomilanese. Come continua ad essere fino ad oggi, sotto la direzione di Davide Cionfrini, che ha raccolto con garbo e bravura, lasciatemelo dire, le redini del giornale dopo la scomparsa prematura di Luoni, sensibile maestro di giornalismo e di vita. Ricordo la prima, succinta riunione di redazione, con il Direttore di Confindustria Varese (l’allora Univa, ndr) Antonio Colombo, Mauro Luoni, la sottoscritta, il collega Riccardo Prando che si sarebbe occupato per anni di itinerari turistici sulle due ruote. Il mio primo articolo di arte fu dedicato a Villa Panza, che proprio allora apriva la sua collezione al pubblico, iniziando quel cammino importante che l’avrebbe portata ad essere luogo centrale della vita culturale varesina: raccontavo la storia della Villa, dai Menafoglio Litta a Giuseppe Panza. Ma anche, in un articolo a latere, il contenuto della collezione di arte contemporanea, dedicata prevalentemente ad artisti americani come Flavin, Turrell, Simpson, Sims e tanti altri.
Come si costruisce un racconto d’arte per una rivista come Varesefocus?
Ciascuno ha naturalmente un proprio modo di “entrare” nel racconto che si propone di offrire al lettore ed è questo che fa la differenza. Il destinatario, cioè il lettore, deve essere sempre tenuto nella massima considerazione: rispettando, come prima esigenza, la chiarezza e la semplicità della narrazione, che non significa superficialità. Ma capacità, lo scriveva Montanelli, di far intendere all’altro quello che a volte allo stesso autore dello scritto riesce difficile comprendere. E comprendere l’arte non è sempre facile, perché ogni artista, al di là delle correnti e movimenti e tutto quello che scorre nel grande oceano dell’arte, è portatore di un proprio mondo: si porta la sua vita sulle spalle. La offre agli altri in visione: per chi osserva a volte ne esce una contemplazione, a volte la voglia di fuggire, a volte di farsi domande. Picasso diceva “Non c’è nulla da capire, solo osservare, guardare, ‘entrare’ nell’opera”. E poi ciascuno è libero di seguire il proprio cammino. Si può provare consolazione oppure indifferenza. In una rivista che si rivolge al mondo dell’impresa, gli spunti per un viaggio interessante possono essere comunque davvero tanti. Perché la stessa impresa è a sua volta arte, ingegno creativo.
Qual è stata, secondo te, la vera scommessa culturale di Varesefocus quando ha scelto di dare spazio all’arte e al patrimonio artistico locale?
La scommessa, oggi riconfermata e sostenuta dal Patto per le Arti sottoscritto da Confindustria Varese e dal Museo MA*GA di Gallarate, partì da subito, da quella prima riunione. Ricordo molto bene la specifica richiesta di Colombo di dare spazio all’arte e al patrimonio locale, in quanto ambito fondamentale di una comune cultura e reciproca crescita tra mondo dell’industria, turismo e arti. Raccomandò anche di spingersi fino a Milano, per eventi di particolare interesse. E così è sempre stato. Nel territorio e nel capoluogo milanese, anche nel nostro ultimo numero del 2025, abbiamo raccontato mostre, incontri, monumenti. Quella scelta, sempre da noi perseguita, risulta oggi confermata da obiettivi ritenuti fondamentali anche nella sinergia per la crescita economica generale del nostro Paese.
Se dovessi scegliere tre incontri che hanno segnato il tuo percorso su Varesefocus, quali indicheresti?
La rassegna dedicata a Modigliani al MA*GA, un percorso magico tra capolavori di un grande artista per inaugurare la realizzazione di un sogno voluto da Gallarate. E che oggi continua con la fondamentale mostra dedicata all’arte astratta e spirituale di Kandinsky. Mi ricordo anche una mostra di Ligabue ad Arona, curata da Raffaele De Grada, grande critico. L’arte selvaggia di Ligabue, l’artista folle che viveva lungo il Po, i suoi colori forti, la bellezza del disegno genuino, conquistavano come il racconto affascinante, sapiente e chiaro, il tono pacato e cordiale di De Grada. Un momento unico per me che lo ascoltavo per la prima volta. E, infine, la splendida kermesse dedicata nel 2019 a Leonardo e la Madonna Litta, al Museo Poldi Pezzoli di Milano. Un evento di alta e felice collaborazione tra Milano e il Museo di San Pietroburgo, nel nome dell’arte e di Leonardo.
C’è un articolo che ti è rimasto impresso più degli altri?
L’intervista con Franco Puttin, un bravo, impetuoso scultore di Caronno Varesino emigrato nel Mugello, dove ancora oggi sotterra le sue opere nella terra dei boschi, per mancanza di spazio. Innamorato di Bernini, rimane sempre in attesa della mostra che gli consenta il riconoscimento meritato. Le copie della rivista con l’articolo gliele consegnò di persona il Direttore Luoni, nel 2016.
Se dovessi lasciare un “testimone ideale” a chi oggi racconta l’arte sul territorio, quale sarebbe il consiglio più importante?
Sarebbe senz’altro quello di usare la massima semplicità e chiarezza nel raccontare anche l’arte che abbiamo sotto gli occhi. Che non significa essere superficiali, ma essenziali e consapevoli di quanto si sta scrivendo e comunicando.
Se questa lunga collaborazione fosse un’opera d’arte, che titolo avrebbe?
Mi piacerebbe paragonarla a un’opera di Angelo Morbelli, dal titolo “L’orto dell’artista”. Famoso divisionista, pittore di luce, Angelo Morbelli mi è caro per la sua importante, affascinante produzione improntata al bello, ma anche al sociale. Ma soprattutto perché padre del fotografo Alfredo Morbelli che, dopo anni di lavoro in Argentina rientrò in Italia nel 1921 e aprì bottega a Varese, in Via Vittorio Veneto. L’orto di Angelo non è che la rappresentazione del suo orto di Rosignano Monferrato, dove il pittore aveva casa, restaurato in anni recenti dalle scuole dello stesso paese. In quel terreno convergevano anche gli amici pittori, tra cui due grandi come Segantini e Pellizza da Volpedo. Coltivato dalle mani dell’artista, come anche Matisse e Monet avevano fatto prima di lui, era per il pittore luogo simbolico, di lavoro, di amicizia, di incontri. Ma per chi osserva l’opera ancora oggi, e il terreno alto in primo piano che guarda da un muro verso l’orizzonte, riporta all’Infinito di Leopardi, a quel suo dolce naufragare in un mare. Di ricordi e di speranze.



