Il ruolo dei Cadaver Lab nello sviluppo della chirurgia

Si tratta di uno degli strumenti più avanzati nella formazione dei medici che entrano in sala operatoria. In Italia, però, la loro diffusione è una sfida ancora aperta e agli albori

Esiste un fenomeno che rappresenta una delle forme più avanzate del concetto di “learning by doing” nella formazione medico-chirurgica. Macabro all’apparenza, ma fondamentale in termini di ricerca e futuro della salute. È la possibilità, per medici e professionisti sanitari, oltre che per studenti di queste materie, di fare pratica sui corpi donati alla scienza dopo la morte. Si tratta dei Cadaver Lab: laboratori didattici che attraverso la dissezione anatomica permettono di studiare a fondo il corpo umano. Dai tessuti molli ai nervi, dai vasi sanguigni ai muscoli. Un apprendimento considerato insostituibile per sviluppare manualità, precisione e consapevolezza clinica. Oltre a garantire l’acquisizione delle capacità di gestire situazioni complesse in sala operatoria. In Italia il tema è di recente approccio: è del 2020 l’entrata in vigore della Legge Sileri per regolamentare la possibilità di donare il proprio corpo e i tessuti post mortem alla scienza. Anche per questo il fenomeno è ancora poco diffuso. Stiamo muovendo i nostri primi passi: sono solo 10 i centri italiani di riferimento per la conservazione e l’utilizzazione dei corpi autorizzati dal Ministero della Salute. Vien da sé che l’accessibilità ai corpi delle salme sia molto limitata. Un gap che costringe la maggior parte dei centri ad importare i preparati anatomici dall’Europa o da altri Paesi extra-Ue, in particolare dagli Stati Uniti.

Con costi elevatissimi e notevoli complessità di carattere gestionale. Ma quelle economiche e di governance non sono le uniche criticità a fare dell’Italia il fanalino di coda rispetto al resto del mondo. Bisogna tenere in considerazione altri aspetti cruciali, come quelli di natura etica e culturale. Donare il proprio corpo alla scienza è per la maggior parte della popolazione un argomento sconosciuto e spesso alimentato da pregiudizi. Ma non si tratta solo di un tabù. Seppur esista una legge che ne definisce i confini e le finalità, sono ancora molte le perplessità a riguardo e non sempre risolte dalla normativa. Come si può donare il proprio corpo alla scienza? Esiste un metodo già consolidato? Ci sono dei costi da sostenere? Tutte domande che rimangono parzialmente aperte. Basta pensare che non c’è ancora un iter noto con cui è possibile indicare, quando si è in vita, la volontà di donare il proprio corpo, come avviene già oggi per la donazione degli organi nel momento in cui viene rilasciata la carta d’identità. Inoltre, i due percorsi, quella della donazione del corpo ai Cadaver Lab e quella degli organi per i trapianti, sono paralleli e non si escludono a vicenda. È proprio partendo da questi quesiti che nasce la collaborazione tra i due atenei del territorio: l’Università LIUC di Castellanza e l’Università degli Studi dell’Insubria di Varese. Se il cuore dei Cadaver Lab resta la competenza scientifica, ciò che ne garantisce il corretto funzionamento è il modello organizzativo che li sostiene. All’Insubria, il know-how medico e chirurgico; alla LIUC, l’analisi e la gestione degli aspetti economici e la loro sostenibilità. Un lavoro corale che unisce discipline apparentemente distanti tra loro, ma con un obiettivo chiaro: progettare, governare e rendere accessibili i Cadaver Lab nel pieno rispetto della dignità del corpo umano e contribuendo al progresso medico e scientifico.

“Abbiamo confrontato tra loro il sistema italiano e quello di altri Paesi – afferma Patrizia Tettamanzi, Professoressa di Financial Accounting and Sustainability Reporting della LIUC – e ci siamo posti come obiettivo quello di fare divulgazione, soprattutto su un tema fondamentale come la salute. Siamo degli economisti, con capacità manageriali e, con le ricerche scientifiche e gli studi che conduciamo, possiamo creare awareness tra la comunità. La collaborazione con l’Insubria è la dimostrazione che crediamo nella contaminazione tra saperi”. Questa la visione che sta alla base delle progettualità che i due atenei stanno portando avanti. “Teniamo corsi per spiegare l’approccio chirurgico alle varie patologie che si riferiscono alla parte della testa-collo – spiega il Professor Dimitri Rabbiosi della Facoltà di Medicina e Odontoiatria –. Le performance chirurgiche sono elevate e non paragonabili alla pratica che si svolge sui modelli di gomma o di plastica, anche se ricostruiti perfettamente con la stampa 3D. Questa tecnica ci permette di fare training ed esercitarci prima di un intervento chirurgico invasivo o demolitivo. In questo modo possiamo capire, per esempio, come aggredire un tumore. Ma non si tratta solo di fare formazione. I Cadaver Lab sono ottimi strumenti di ricerca per trovare nuove tecniche chirurgiche relative a interventi che riguardano parti particolarmente complesse e delicate quali la regione testa-collo e per lo sviluppo, così, di una nuova letteratura scientifica”.

I Cadaver Lab, quindi, sono uno strumento formativo insostituibile. Sono acceleratori di innovazione e sapere scientifico. Ma è come se, attualmente, in Italia, non funzionassero al massimo delle proprie potenzialità. “Dobbiamo fare divulgazione a tutti i livelli e sotto ogni aspetto – tengono a precisare i Professori Tettamanzi e Rabbiosi –. La Legge Sileri è un buon punto di partenza su cui lavorare, ma questo non basta. Al sapere dobbiamo aggiungere il saper fare. Dobbiamo costruire un modello organizzativo e di business strutturato per favorire l’operatività dei laboratori. La morte è indubbiamente un argomento personale, ma i cittadini devono poter avere gli elementi per saper scegliere se contribuire in maniera concreta al progresso medico e alla qualità delle cure future. La sensibilizzazione della popolazione è una parte fondamentale del processo”. Nel dialogo tra LIUC e Insubria si intravede un modello replicabile: “Fare Università vuol dire costruire ponti tra discipline, generare consapevolezza e formare professionisti – concludono Tettamanzi e Rabbiosi –, perché la qualità della vita e la salute delle persone passano proprio da questi valori”. Dal sapere, dalla consapevolezza e dalla responsabilità sociale.

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