Orientarsi è uno sport

Mappa, bussola e capacità di leggere il territorio: la disciplina dell’orienteering unisce movimento, strategia e rapidità di decisione. Jeremy Moeys dell’Asd Dalla Chiesa di Sesto Calende racconta una disciplina poco conosciuta in Italia ma in forte espansione, aperta a tutte le età, entrata anche nelle scuole e capace di valorizzare i luoghi

Correre, certo. Ma sapere anche dove andare. Nell’orienteering gambe e testa viaggiano insieme: una mappa, una bussola, una serie di punti da raggiungere e un percorso che ciascun atleta deve costruirsi leggendo il territorio. Si gareggia nei boschi, nei parchi e persino nei centri storici. E si può iniziare da bambini. Ma c’è anche un’altra peculiarità: l’orienteering è entrato da tempo nel mondo della scuola e nei Licei a indirizzo sportivo, diventando materia curricolare obbligatoria del primo biennio. A raccontare questo sport è Jeremy Moeys, tecnico di primo livello dell’Asd Dalla Chiesa di Sesto Calende, società presieduta da Fabio Bertinelli. Moeys arriva dall’atletica e ha scoperto l’orienteering quasi per caso. Oggi allena, collabora all’organizzazione delle gare e segue le trasferte della società.

Partiamo dalla domanda più semplice: che cos’è l’orienteering?

È uno sport di orientamento. Nella versione più conosciuta si corre, spesso nel bosco e l’obiettivo è raggiungere una serie di punti di controllo indicati su una mappa. Si parte con la cartina e la bussola e bisogna trovare tutti i punti nell’ordine stabilito. Vince chi completa correttamente il percorso nel minor tempo.

Quindi non basta essere veloci. Bisogna anche scegliere dove andare?

Esatto. Ed è questa la caratteristica che rende tale disciplina particolare. Non esiste una strada tracciata da seguire dall’inizio alla fine. Il concorrente deve leggere la mappa, capire dove si trova e decidere quale sia il percorso migliore per raggiungere il punto successivo. Essere molto veloci serve, ma se si sbaglia direzione si può perdere parecchio tempo.

Come si riconoscono i punti da raggiungere?

Sul terreno sono indicati dalle cosiddette lanterne: segnali arancioni e bianchi. Una volta si certificava il passaggio con un cartellino da timbrare, mentre oggi viene utilizzato un sistema elettronico: ogni atleta ha una SiCard che registra il passaggio ai vari punti.

La mappa è quella che utilizzeremmo normalmente per una passeggiata?

No, è molto più dettagliata ed è realizzata appositamente per l’orienteering. Permette di leggere gli elementi del territorio utili per orientarsi: sentieri, vegetazione, dislivelli, elementi particolari e curve di livello. Imparare a leggerla è una parte fondamentale della disciplina.

E il campo di gara è sempre il bosco?

No. Si gareggia nei boschi e nei parchi, ma anche nei centri storici. In provincia di Varese possiamo pensare alla Pineta di Tradate o al Campo dei Fiori, ma esistono gare urbane in città come Venezia o Roma. In quel caso lo sport diventa anche un modo diverso per conoscere un luogo e può avere una funzione di promozione culturale e turistica del territorio.

Quanto dura una gara?

Dipende dalla specialità e dalla categoria. Le sprint possono durare una quindicina di minuti, mentre nelle gare lunghe si può arrivare a un’ora, un’ora e mezza. Esistono poi diverse discipline: oltre all’orienteering di corsa ci sono, ad esempio, competizioni in mountain bike.

Possiamo considerarlo uno sport per tutti?

Assolutamente sì. Si può iniziare già a 5 o 6 anni, naturalmente attraverso il gioco e si può continuare fino a età molto avanzata. Ho visto praticarlo anche da persone di 80-85 anni. Cambiano distanze, difficoltà e obiettivi, ma il principio rimane lo stesso.

Come si insegna l’orienteering a un bambino di 5 anni?

Non lo si manda certamente da solo in mezzo a un bosco. Si comincia in palestra con attività ludico-motorie: riconoscere lo spazio, capire Nord e Sud, imparare i colori e i primi simboli della mappa. Crescendo, aumentano le difficoltà. Prima si utilizzano i sentieri, poi si impara a entrare nel bosco e a leggere sempre meglio il territorio.

Ed è qui che entra in gioco anche la scuola?

L’aspetto didattico è molto importante. L’orienteering viene proposto in diverse scuole, dalle medie alle superiori ed è previsto anche nei Licei a indirizzo sportivo. Quando ho frequentato il corso da tecnico, mi ha colpito trovare diversi insegnanti interessati a formarsi proprio per portare questa disciplina nei loro istituti.

Non si tratta, quindi, soltanto di fare attività fisica durante l’ora di educazione motoria, giusto?

No, perché l’orienteering permette di lavorare su competenze diverse. C’è l’attività fisica, ma ci sono anche la geometria, la lettura della mappa, la conoscenza del territorio, l’orientamento nello spazio e la capacità di prendere decisioni. I ragazzi devono osservare, ragionare e poi muoversi. È uno sport multidisciplinare e per iniziare non servono grandi attrezzature.

Qual è il beneficio più evidente per chi pratica questa disciplina?

Stare all’aria aperta. Grazie all’orienteering ho scoperto posti bellissimi che probabilmente non avrei mai conosciuto altrimenti. Poi c’è naturalmente l’aspetto fisico, perché soprattutto a livello agonistico si tratta di uno sport impegnativo. Ma sviluppa anche la capacità di orientarsi, che può essere utile nella vita quotidiana, quando si va in montagna o ci si trova in luoghi che non si conoscono.

Quanto è diffuso l’orienteering?

In Italia è ancora uno sport relativamente poco conosciuto, ma sta crescendo. All’estero, soprattutto nei Paesi nordici, la situazione è molto diversa. In Svezia abbiamo appena partecipato a una manifestazione con circa 20mila concorrenti provenienti da oltre 45 nazioni. Lì si comprende davvero la dimensione internazionale di questo movimento.

Chi sta leggendo questa intervista e domani volesse provare, da dove dovrebbe partire?

Dagli eventi promozionali che organizziamo sul territorio, aperti sia ai bambini sia agli adulti. È il modo migliore, perché ci sono tecnici che spiegano come leggere e orientare la mappa e come affrontare il percorso. Organizziamo anche gare, ad esempio ad Arona e ci sono percorsi permanenti anche in provincia di Varese: uno si trova proprio a Travedona Monate, si sviluppa tra i comuni di Travedona e Bardello con Malgesso e Bregano, che consentono di provare in autonomia.

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