Sicurezza sul lavoro è prima di tutto consapevolezza
Intervista a Davide Scotti, responsabile in Saipem delle attività legate alla cultura, alla comunicazione e alla performance umana nell’ambito della salute e della sicurezza
“Nonostante i progressi fatti sul fronte normativo, tecnologico e della formazione, la sicurezza sul lavoro continua a rappresentare una delle grandi sfide del nostro Paese. Una sfida che riguarda certamente le regole, i controlli e gli investimenti, ma che chiama in causa anche qualcosa di meno immediato da misurare: ovvero la capacità di costruire una cultura della prevenzione capace di orientare i comportamenti quotidiani delle persone”. Così Davide Scotti, responsabile in Saipem delle attività legate alla cultura, alla comunicazione e alla performance umana nell’ambito della salute e della sicurezza, oltre che Segretario Generale della Fondazione LHS – Leadership in Health and Safety di Saipem, inizia la sua chiacchierata con Varesefocus a margine di un incontro avuto con le imprese associate a Confindustria Varese che fanno parte della community Responsabili Sicurezza/Health and Safety Manager.
“Per comprendere perché gli incidenti continuino a verificarsi non basta concentrarsi esclusivamente sulle disposizioni legislative o sugli strumenti di protezione. Occorre guardare al modo in cui la sicurezza viene percepita, raccontata e vissuta all’interno delle organizzazioni – sottolinea Scotti -. Questo perché conoscere una regola non significa necessariamente comprenderne il valore e, soprattutto, applicarla in ogni circostanza”.
Per molti lavoratori il primo approccio con la sicurezza avviene attraverso un corso obbligatorio, una procedura da leggere, un documento da firmare o un insieme di istruzioni da rispettare. Sono strumenti indispensabili, che rappresentano la base di qualsiasi sistema di prevenzione. “Eppure, da soli, rischiano di non essere sufficienti quando la sicurezza viene vissuta principalmente come un adempimento burocratico, anziché come una responsabilità personale e collettiva” sostiene l’esperto in materia.
Dire ad un operatore che deve indossare un dispositivo di protezione perché previsto da una procedura è necessario. Ma spiegargli quali conseguenze possa avere una scorciatoia apparentemente innocua, raccontargli un episodio realmente accaduto oppure coinvolgerlo nell’identificazione di un rischio permette di aggiungere un livello maggiore di consapevolezza. “Non si tratta di sostituire la formazione tecnica con campagne di sensibilizzazione, ma di integrare gli strumenti tradizionali con modalità di comunicazione capaci di rendere più comprensibile e concreto il significato della prevenzione”.
Un altro aspetto fondamentale riguarda il modo in cui le organizzazioni affrontano le situazioni di rischio. Troppo spesso, infatti, la sicurezza torna al centro dell’attenzione solo dopo che un incidente si è verificato. È proprio questa logica reattiva che, secondo Scotti, dovrebbe essere superata. Uno strumento utile è quello dei ‘near miss’, gli incidenti mancati: un oggetto che cade senza colpire nessuno, un macchinario arrestato pochi istanti prima che si verifichi un infortunio, una procedura non rispettata che fortunatamente non produce conseguenze. “Episodi che possono essere liquidati con un sospiro di sollievo oppure trasformati in occasioni di apprendimento – incalza l’esperto di sicurezza sul lavoro -. La differenza sta nella disponibilità a parlarne, analizzarne le cause e condividere ciò che è stato imparato”.
Una riunione può iniziare con la testimonianza di un lavoratore anziché con una presentazione di slide. Un breve video può mostrare una situazione reale e chiedere ai dipendenti di riconoscerne i rischi. Un reparto può dedicare periodicamente alcuni minuti a discutere un quasi-incidente. Questi sono solo alcuni esempi che mostrano quanto la prevenzione sia importante e possa diventare parte integrante delle attività aziendali.
Se coinvolgere in prima persona i lavoratori è fondamentale, altrettanto indispensabile è iniziare a costruire questa consapevolezza ancora prima dell’ingresso nel mondo del lavoro. “È nelle scuole che si deve iniziare a costruire informazione e un atteggiamento di attenzione verso i rischi – sostiene Davide Scotti -. Con le nuove generazioni, però, il linguaggio deve necessariamente cambiare”.
È proprio da questa convinzione che la Fondazione LHS ha sperimentato negli anni forme di comunicazione differenti, utilizzando il teatro, il cinema e lo storytelling per rendere più accessibili contenuti complessi e sensibilizzare pubblici di età diverse. Il principio è semplice: non cambiare il contenuto, ma il modo di trasmetterlo, utilizzando strumenti capaci di suscitare attenzione, partecipazione e identificazione. Una classe può essere coinvolta nell’analisi di un video per individuare comportamenti rischiosi. Gli studenti possono realizzare brevi contenuti social destinati ai propri coetanei, diventando essi stessi protagonisti della comunicazione. Una rappresentazione teatrale può mostrare come una successione di decisioni apparentemente irrilevanti possa portare a un incidente. Oppure imprenditori, tecnici e lavoratori possono entrare nelle scuole per raccontare esperienze concrete, mostrando che la sicurezza non è una materia astratta, ma qualcosa che riguarda le persone e le loro vite.
“L’obiettivo che ci poniamo è di integrare progressivamente la cultura della prevenzione nei percorsi educativi, facendo in modo che diventi parte del bagaglio di competenze con cui i giovani si avvicinano al lavoro. Il risultato da ricercare non è soltanto uno studente che conosca le principali regole di sicurezza, ma un ragazzo capace di riconoscere una situazione pericolosa, interrogarsi sulle conseguenze delle proprie azioni e comprendere che la prevenzione rappresenta una forma di responsabilità verso sé stesso e gli altri”.
È in questa prospettiva che le istituzioni, gli enti o le Associazioni, come Confindustria, ma non solo, giocano un ruolo da protagonisti: creare occasioni di confronto tra aziende, mettere in relazione esperienze differenti e favorire la diffusione di strumenti e metodologie che possano contribuire a migliorare la prevenzione.
Per un sistema economico composto soprattutto da piccole e medie imprese, la condivisione delle competenze può rappresentare una leva efficace. “Le norme, i controlli e la formazione sono condizioni imprescindibili per ogni realtà, ma una sicurezza davvero efficace richiede anche comportamenti consapevoli, attenzione reciproca e capacità di imparare dall’esperienza – conclude Davide Scotti -. Una cultura che deve essere costruita giorno dopo giorno, nelle imprese così come nelle scuole, attraverso le decisioni, le parole e gli esempi delle persone. E che può diventare tanto più solida quanto più le aziende saranno capaci di condividerla, facendo della prevenzione non un patrimonio custodito all’interno delle proprie mura, ma un valore dell’intero sistema produttivo”.


