Sulle montagne russe della memoria
Il giornalista e scrittore Gianni Spartà racconta il suo ultimo lavoro. Titolo del libro: “Soggetti Smarriti”
“La memoria rifiuta i viaggi organizzati”. È una sorta di moderno alert al lettore, ma anche un invito a riscoprire i ricordi personali, quello di Gianni Spartà, volto e firma prestigiosa del giornalismo varesino, che racconta a Varesefocus la nascita del suo ultimo libro “Soggetti Smarriti” (Pietro Macchione editore).
“Mille storie cadute dall’alto” è il sottotitolo del suo libro. Un originale spunto narrativo?
No, nessuna finzione: è tutto vero. Un giorno sento un grande boato in taverna: s’era spezzato uno scaffale di legno sul quale avevo sistemato da anni faldoni impolverati. Ben 63 chili di fogli di appunti e materiali sono finiti per terra. Mi sono sembrati fin da subito come le tessere di un mosaico per ricostruire un’epoca, più o meno mezzo secolo di storia.
Affascinante. E quindi ha deciso di pubblicare questi preziosi ricordi. Con che criterio?
Il libro è un viaggio sulle montagne russe della memoria, la mia ma anche quella di quanti hanno vissuto questi anni o vorranno scoprirli. Non c’è intento cronologico, ma salite e discese audaci, pensieri sparsi, salti in avanti e passi indietro. So che in queste pagine causerò certamente mal di mare ai lettori saltando da Berlusconi a Pertini, da Cossiga a Papa Francesco, da Renzo Arbore alla Dama Bianca. Ma la memoria viaggia a lampi, che riportano alla luce delle storie.
Storie che si erano smarrite, come preannuncia il titolo?
Sì, ma non solo. Diritte vie smarrite, per citare la Divina Commedia. Stiamo vivendo un’epoca di grandi smarrimenti: basta seguire le cronache delle guerre. Ma proprio quando sei smarrito ti fai domande, si accendono risposte che forse avevi ignorato prima. Ciascuno di noi è luci e ombre, bene e male. Ogni situazione va letta senza pregiudizi manichei. E occorre chiedersi: le cose vanno o sono andate veramente come sembrano o sono sembrate? Il rischio più grave per un giornalista, e in genere per l’uomo, è ignorare un fatto fondamentale: che il grano cresce accanto alla zizzania, che bene e male si sommano e si elidono. Il peggio è credere che il bene siamo noi, il male sempre gli altri.
Un viaggio della memoria tra luci e ombre attraverso 50 anni, quindi. Di certo lei è stato uno spettatore privilegiato.
Dopo mezzo secolo di giornalismo (esame di stato il 22 maggio 1975, Santa Rita: mia mamma disse che l’aveva pregata!) posso dire che siamo una categoria fortunata, perché abbiamo la possibilità di conoscere da vicino uomini e fatti non comuni. Ad un certo punto però diventa doveroso, spero utile, restituire alla memoria collettiva questo privilegio, cercando di ristabilire verità magari distorte dalle suggestioni del momento. Ora è un po’ come vedere la partita alla moviola: magari non arrivi alla verità assoluta, ma ci vai vicino. Di certo non avrei potuto farlo senza un archivio cartaceo personale, facendo tesoro della lezione di Mario Lodi. Inoltre, molto di quello che ho visto e raccontato l’ho fatto in coppia con un collega della concorrenza, Ezio Motterle. Il libro è dedicato alla sua memoria.
Ci sono molti altri ricordi, anche affettuosi, nel libro. Nel corso della carriera ci sono storie che l’hanno colpita più di altre?
Dagli esiti imprevedibili un incontro in carcere con il super pentito Antonio Zagari, un ragazzo di Calabria in fuga dalla ‘ndrangheta infiltrata al Nord. Un assassino aveva avuto un graffio nella coscienza, aveva tradito il sangue del suo sangue e mi consegnava il brogliaccio scritto a mano della sua biografia. Il regista Daniele Vicari ne ha fatto un film dal titolo “Ammazzare” e mi ha invitato a Venezia alla presentazione della prima. L’ho visto seduto accanto a Marco Bellocchio, maestro del cinema della memoria. Lui a Venezia presentava “Portobello”, il film sul massacro giudiziario subìto da Enzo Tortora.
Molti dei “Soggetti smarriti” hanno un legame con Varese.
Ci sono storie, o letture delle storie, note e meno note. Penso al passaggio di Pietro Anastasi dal Varese alla Juventus. Dicono che quel trasferimento lì fece scoppiare la pace sindacale alla Fiat di Giovanni Agnelli in anni difficili. Molto spazio è dedicato a donne speciali, non tutte con vite facili: Mia Martini, l’attrice Lilli Carati, la scrittrice di romanzi Rosa Mura, censurata da Mussolini. Si parla anche di industria e persino dell’Università LIUC. Racconto i miei incontri con Rosita Missoni, Adele Mazzucchelli Orsi, Amalia Ercoli Finzi. E poi ovviamente Giovanni Borghi, il Mister Ignis di cui ho scritto la biografia e che ha ispirato una fiction della Rai. Curiosa la chiacchierata casuale fuori dall’allora Università Cattaneo nel 1996 con Antonio Di Pietro che a Castellanza era docente. Mi fece fare uno scoop rivelandomi che l’aveva appena chiamato Prodi offrendogli un posto di ministro senza tessera nel suo governo. Mi è caro l’ultimo capitolo che ha per titolo “Nel blu dipinto di blues”, un ricordo di Roberto Maroni, allora ministro dell’Interno e di un improbabile tuffo nel mare di Lampedusa durante una visita ufficiale.





