I perché del Mercosur alla luce della nostra storia
Dal distretto tessile di Busto Arsizio alle rotte di Buenos Aires e San Paolo, tra corsi e ricorsi storici (come il caso ante litteram di Enrico Dell’Acqua), l’accordo di libero scambio con il Sud America riemerge come leva per ritrovare domanda e competitività
Riprodotti in scala naturale, bronzo su basamento di granito: un uomo a cavallo che scruta l’orizzonte. A fianco, a piedi, altre quattro figure, tra cui una donna e un bambino. Rappresentano metaforicamente il commercio, la produzione e le prospettive future. La statua fu inaugurata nel 1929 a futura memoria del pioniere, come lo chiamavano a Busto Arsizio, ribattezzato in modo più incisivo da Luigi Einaudi: il principe mercante. Si trova davanti alla stazione delle ferrovie dello Stato della città; il luogo da cui arrivavano e partivano le merci al tempo in cui i nostri bisnonni (quelli degli ingrigiti come me) erano bambini, la seconda metà dell’800, poco dopo l’Unificazione. Proprio qui, da noi, si era formato uno dei primi agglomerati di fabbriche tessili, come quelli che Alfred Marshall, maestro di John Maynard Keynes, aveva descritto nel caso di Manchester. Li chiamò distretti industriali, quelli in cui i misteri dell’intrapresa si respirano nell’aria e allo stesso modo si propagano. Qui sorgeva la Manchester d’Italia con centro a Busto Arsizio e l’area delimitata da due fiumi, il Ticino e, soprattutto, l’Olona, comprendendo Gallarate e Legnano con diramazioni nel bresciano (la ditta di Ercole Lualdi) e nella bergamasca (la Crespi d’Adda). È stato uno dei primi distretti industriali a vivere di mercato aperto, partendo dall’approvvigionamento della principale materia prima: il cotone. Fibra principe della rivoluzione industriale, perché più tenace e resistente agli strattoni dei primi telai, era quasi totalmente importata dalla Cotton Belt americana.
Dipendere può far male
Una dipendenza che mise in crisi l’intero distretto durante la Guerra di Secessione. Nel 1862 il sindaco della città di allora, tale Pasquale Pozzi, scrisse che “in causa dello straordinario incarimento dei cotoni, della difficoltà ad averne e della concorrenza fattaci dagli inglesi… un terzo degli 8.347 operai sono privi affatto di lavoro”. Tornata la normalità, per lo meno negli approvvigionamenti, il fermento produttivo portò un altro problema: la sovracapacità. Il consumo interno non era sufficiente a far lavorare tutti. Le destinazioni estere più vicine, a partire dalla Francia, erano ampiamente presidiate. Enrico Dell’Acqua, cui è dedicata la statua equestre, fu il primo a capire che alla capacità produttiva occorreva unire quella commerciale, costruendo quelle che oggi chiamiamo reti di distribuzione. Dopo alcuni esperimenti falliti in Spagna, ebbe un’altra intuizione: seguire gli emigrati italiani all’estero, ben contenti di comprare prodotti provenienti dalla madre patria. L’emigrazione di allora, soprattutto dalla Valle Padana (Triveneto e Piemonte), a causa del ripetersi di alcune crisi agricole, era diretta verso l’America Latina: Brasile, Argentina, Uruguay. Tra il 1870 e il 1900 partirono in più di 2.000 verso queste destinazioni; sembrano pochi, ma la popolazione italiana di allora era intorno ai 22 milioni di persone. Per Dell’Acqua era un mercato sicuro. Ben presto la massa d’ordini provenienti dalle case di spedizione collocate a Buenos Aires, a San Paolo e Montevideo, gli diedero ragione. Ovviamente, non erano solo gli emigrati italiani a comprare; facendo la loro parte invogliavano il consumo emulativo. Quando poi nei primi due Paesi vennero innalzati dei dazi per una problematica finanziaria innescata dal fallimento della Baring Banks, a Londra, Dell’Acqua ebbe il terzo colpo di genio: installare colà delle imprese per completare la lavorazione dei semilavorati provenienti dal distretto bustocco ed eludere i dazi, applicati solo ai prodotti finiti. Fu il primo imprenditore italiano a sperimentare la via degli investimenti diretti all’estero; per forza che colpì l’attenzione di Luigi Einaudi, valente economista prima di assumere la carica di secondo Presidente della nostra Repubblica.
Orgoglio dimenticato?
Il primato del Dell’Acqua, però, è caduto nel dimenticatoio. Che nel resto del Paese non si sappia, passi, ma che questo succeda anche da noi, nonostante la statua equestre, non depone a nostro favore. Perché è vero che la storia non si ripete, ma spesso fa la rima. Infatti, a distanza di più di un secolo un problema di scarsità di domanda, determinata dalle vicine guerre con un aggravante Nordamericana (i dazi di Trump), può trovare una soluzione Sudamericana, almeno in parte. Si consideri che i 2.000 emigrati italiani di fine ‘800 hanno dato origine a circa due milioni di discendenti con cognome italiano. Persone che hanno diritto al doppio passaporto iure sanguinis e votano nelle liste degli italiani all’estero, senza essere nati in Italia. Sono presenti soprattutto nella città di San Paolo e di Buenos Aires. Perché, allora, molti parlamentari europei hanno messo i bastoni fra le ruote all’accordo di libero scambio Ue e Mercosur? Tutta colpa dei poveri agricoltori?
In politica nulla è ciò che sembra
Le legittime preoccupazioni degli agricoltori, in gran parte soddisfatte, soprattutto quelle italiane, probabilmente hanno costituito un mero pretesto. Magari non per i francesi che hanno saputo mantenere un’importante intensità agricola, per cui le relative sovvenzioni a carico del bilancio comunitario rappresentano un risparmio per quello nazionale. Senza dimenticare che la PAC, la politica agricola comunitaria, è uno dei capitoli di spesa che potrebbe soffrire di decurtazioni a favore della difesa comune. Rischi per l’Italia ce ne sono, ma inferiori; da noi l’agricoltura rappresenta il 2,2% del valore aggiunto complessivo. In provincia di Varese, però, pesa lo 0,5% degli occupati, rispetto al 29% nell’industria. È giusto ricordarsi dei primi, a patto di non dimenticarsi dei secondi. Anche perché, se l’economia riamane depressa a causa di una bassa domanda per l’industria che vive di export, chi e come si potranno pagare le sovvenzioni al mondo agricolo? La sparuta maggioranza che ha rinviato il testo di accordo tra Ue e Mercosur al giudizio della Corte di Giustizia si è composta, anche, da chi ha preferito dare uno schiaffo alla von der Leyen, invece che a Trump, che ha resuscitato la dottrina Moore: l’America agli americani.
Cos’è il Mercosur?
Sta per Mercato Comune del Sud (America). È un accordo d’integrazione economica sulla base di un’unione doganale; qualcosa di simile alla nostra vecchia CEE. Formalmente nasce con la firma del Trattato di Asunción, nel 1991, da parte di Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. Già nel 1999 iniziarono i contatti con la Ue per definire un accordo di libero scambio, ovvero zero dazi da una parte e zero dall’altra, con l’esclusione di pochi prodotti. Tuttavia, quando sono in ballo tanti interessi discordanti, da una parte e dall’altra, iniziano i rinvii alla ricerca di compromessi. Si muovono i singoli Paesi coinvolti, ma anche i settori produttivi, come nel caso del tessile e abbigliamento. Proprio al termine della mia presidenza di Euratex, a Bruxelles, ho sottoscritto un primo protocollo d’intesa con la controparte brasiliana. Era il dicembre del 2008 e nel rinfresco successivo alla firma del memorandum of understanding il mio contraltare, Aguinaldo Diniz Filho, a un certo punto si rivolse a me nella lingua di Dante. Scoprì, così, che da giovane era venuto in Italia a imparare il mestiere. Dove? A Busto Arsizio. Il mondo è davvero piccolo e certe intersezioni sono significative. Euratex c’entra anche col recente ritorno d’attenzione sull’accordo Ue e Mercosur, per lo meno a livello italiano.
Almeno in via provvisoria
Certo, il treno è ripartito a Bruxelles su iniziativa della Commissione Europea; di fronte ai dazi imposti da Trump, lo scorso anno, ha giustamente ritenuto che l’Europa dovesse mostrare un po’ di coraggio facendo accordi con altri. Ha quindi tirato fuori dal cassetto quello con il Mercosur e quello con l’India; se il mercato nordamericano si restringe, deve potersi allargare da qualche altra parte, grazie a reciproche concessioni. Da noi non è stata la politica a cogliere la palla al balzo, ma la Confindustria di Emanuele Orsini. Il caso ha voluto che la Vicepresidente agli affari internazionali, Barbara Cimmino, che abita a Busto Arsizio, avesse passato qualche anno nel Consiglio direttivo di Euratex, scoprendo l’importanza di questi accordi pendenti; in particolare quello con il Mercosur, senz’altro il più promettente, come ci ha insegnato il nostro Dell’Acqua (a patto di ricordarsene). Li ha quindi inseriti nel programma di attività confindustriale. Quando The Donald ha deciso di prendere a schiaffi gli ex alleati, penalizzando l’interscambio commerciale, reo di essere in attivo per noi e non per loro (ma sul fronte dei servizi è l’esatto opposto), la presidenza di Confindustria si è rivolta al Governo italiano, trovando pieno supporto nella premier, Giorgia Meloni. Il resto è una storia da scrivere, con la von der Leyen che, forte dell’appoggio tedesco e italiano, il 27 febbraio ha deciso di attivare l’esercizio provvisorio dell’accordo. Il giorno dopo, Trump e Netanyahu hanno attaccato l’Iran. La statua equestre da cui sono partito ci ricorda di avere coraggio e guardare oltre. Evitando almeno, di essere noi causa dei nostri stessi mali.


