Gli anni 80 in un flashback

Matteo Inzaghi, storico Direttore dell’emittente televisiva varesina Rete 55, giornalista, scrittore e appassionato cinefilo, torna a raccontare il grande schermo con il suo ultimo libro

L’attesa del sabato sera. Ci si ritrova davanti all’entrata. Si aspettano gli ultimi ritardatari e si entra. Chi si è portato avanti e ha già preso il biglietto, chi all’ultimo fa la fila per prendersi i posti migliori: centrali, in fondo. Tappa al bar a prendere una cola e popcorn grandi che, contro le migliori promesse, finiranno ancor prima dell’inizio della proiezione. Il controllore stacca il biglietto e via a cercare la sala designata al film tanto atteso. Si entra, le luci basse illuminano solo i gradini per non inciampare. “Saranno questi i posti?” E ci si siede. Si appoggiano giubbotti, bibite e cibaglie e ci si prepara. Il proiettore si accende, il corpo si rilassa e il film inizia. C’è chi, fin da bambino, si appassiona a quel mondo fatto di storie, immagini pop, musiche e colori. Come l’imprinting nel mondo animale, il primo film visto al cinema non si scorda mai e da quella prima pellicola sul grande schermo si può arrivare a costruire una passione da coltivare negli anni, fino a diventare esperti della settima arte, tanto da dedicarle libri e trattati.

Come nel caso di Matteo Inzaghi, storico Direttore dell’emittente televisiva varesina Rete 55 che, oltre ad essere un abile giornalista, è un cinefilo a tutto tondo e ha da poco pubblicato il suo secondo libro sulla settima arte dal titolo “Flashback – Il cinema americano come riflesso politico-culturale degli anni Ottanta”, edito da De Piante Editore. Il libro ripercorre il cinema statunitense degli anni ‘80 tramite l’analisi di oltre 600 film, frutto di una vita intera di studio e ricerca cinematografica. “Il nuovo libro – racconta Inzaghi – è in continuità culturale con il primo (“Mai più così belli. Il cinema della ‘New Hollywood’ tra storia, arte e psicologia”, ndr), anche se sono passati sei anni e l’impostazione è diversa. Il fil rouge che li collega è l’analisi per genere. Mi piace procedere mettendo in piedi una narrazione che tenga conto delle specificità di ciascun genere, considerandoli dei sottoinsiemi della settima arte, per poi dedicare alcuni focus ad autori particolarmente importanti”.

Tra i numerosi registi citati nella pubblicazione, spicca James Cameron con il suo “Terminator”, film del 1984 con un giovane Arnold Schwarzenegger, che già sembrava presagire l’avvento dell’Intelligenza Artificiale: un film quasi profetico se si guarda al mondo di oggi. Come “Ritorno al futuro”, pellicola intramontabile di Robert Zemeckis che, oltre a essere sulla copertina del libro di Inzaghi, è il riflesso perfetto del fantomatico sogno americano, in grado di rendere tutto possibile con impegno e ambizione, ma allo stesso tempo mostra la volontà di tornare all’età dell’innocenza degli anni ‘50, periodo di riscatto per gli Stati Uniti. A “Ritorno al futuro” si devono personaggi iconici come Doc e il “fifone” Marty McFly, ma anche battute diventate celebri come: “Allora dimmi, ragazzo del futuro… chi è il Presidente degli Stati Uniti nel 1985?” “Ronald Reagan” “Ronald Reagan? L’attore!?”.

Menzione speciale nel libro di Inzaghi anche per il 40esimo Presidente degli Usa: Reagan, appunto, che con la sua figura e la sua presidenza ha condizionato sia il decennio degli anni ‘80 sia il cinema stesso. Come sottolinea Inzaghi: “Nel libro viene citata sia quella fetta di cinematografia dichiaratamente reaganiana, sia tutto ciò che è antireaganiano, poiché molto si è giocato sull’antitesi alla sua linea. Quello che cerco di fare è anche sfatare qualche falso mito: nell’immaginario collettivo gli anni ‘80 vengono spesso liquidati come gli anni dell’edonismo, dei muscoli e dei videoclip. C’è tutto questo, naturalmente, ma c’è anche il contrario di tutto. È una cinematografia estremamente ricca proprio perché a ogni tesi corrisponde un’antitesi”. Il cinema degli anni ‘80 concentrava in sé tantissimi linguaggi: registi provenienti dalla pubblicità o dai videoclip, come i fratelli Ridley e Tony Scott, portarono una sintassi stilistica completamente diversa rispetto a quanto si era abituati fino a quel momento. La serialità televisiva diventò un fenomeno di costume globale, con la televisione che si impose come strumento dominante, mentre la nascita di reti musicali, come MTV, rivoluzionò lo stile del linguaggio e il ritmo visivo. Lo stesso succedeva con la moda.

Basti pensare ai vestiti di Armani che esplosero nel mondo, perché Richard Gere li indossava in “American Gigolò” nel 1980, diventando parte integrante del racconto, non solo costumi di scena. Si instaurò così l’idea che in quel decennio non ci fossero barriere tra i vari linguaggi artistici, ma una costante contaminazione. Un altro elemento chiave è il ribaltamento degli archetipi tradizionali del cinema di fantascienza, da mostri spietati di “Alien” o “La cosa” di John Carpenter ad amici indifesi e dolci, come l’alieno amico in “E.T.”, film del 1982 diretto da Steven Spielberg. Un’opera che ha segnato un’intera generazione, come ricorda Matteo Inzaghi: “Quando è uscito ‘E.T.’ stavo per compiere 8 anni. È stato forse il primo film che ho visto al cinema. Ero al teatro Vela di Varese. Mi ricordo perfettamente la magia, la commozione e l’incanto. In mezzo agli alieni cattivi della fantascienza, il film metteva in scena un alieno buono, fragile e vulnerabile, con una storia a misura di bambino”. Una magia, quella che si prova al cinema, che va ben oltre i titoli di coda e che, come in questo caso, si concretizza in passione e diventa la lente attraverso cui guardare e raccontare il mondo.

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