Il magazine dell’Unione Industriali Varese

Molte cose sono successe dall’inizio della diffusione di massa della connessione ad Internet, avvenuta nella seconda metà degli anni ’90. A quei tempi si sognava molto e si tentava di immaginare come sarebbe stato vivere in una società interconnessa. Sugli effetti a lungo, medio e breve termine di questo nuovo fenomeno, molte delle previsioni degli esperti si sono rivelate corrette, anche se nella maggior parte dei casi si sono concretizzate in tempi assai diversi da quelli ipotizzati anche dai più blasonati analisti. Altre trasformazioni si sono invece realizzate in tempi molto più rapidi di quanto si potesse pensare o sperare. Basti pensare ai social network o al ruolo di WhatsApp nella vita quotidiana di tutti noi, a meno di dieci anni dalla sua comparsa. Altre innovazioni hanno invece faticato più del previsto, come ad esempio il commercio elettronico che, annunciato come totalmente pervasivo per i primi anni duemila, ha dovuto attendere almeno altri dieci anni prima di raggiungere i risultati attesi ed i tassi di crescita del 18/20% annuali. Tra accelerazioni e frenate, tuttavia, il cambiamento avanza. Il fenomeno definito come Industria 4.0 ne è l’esempio più attuale. Le tecnologie digitali, molte delle quali già disponibili da anni, entrano ora con più decisione in fabbrica, innervano l’ambiente produttivo e lo interconnettono con i sistemi aziendali, con i clienti e con i fornitori, modificando radicalmente competenze, assetti, processi, rapporti tra le parti, ma aprendo la strada anche a nuove sfide e problemi da risolvere.

Per decenni ci siamo limitati ad invocare e celebrare il cambiamento come cosa “buona e giusta” a prescindere, e per la maggior parte dei casi, così è stato. Il cambiamento derivante dalla rivoluzione digitale è complessivamente ed innegabilmente positivo.

Si avverte però, mai come ora, la necessità di uno sguardo critico, disincantato, su quello che è accaduto e che sta accadendo, perché la rivoluzione digitale, insieme ai benefici, inizia in qualche modo a presentarci il conto. Di questo vogliamo parlare nel focus che apre questa edizione di Varesefocus.


Stravolgimenti nel settore del commercio, con centri urbani desertificati e negozi sfitti, enormi problemi di privacy, di sicurezza. La fiscalità che si sposta laddove conviene ai giganti del web. Strapotere dei motori di ricerca e dei social, meccanismi di creazione del consenso inediti e non sempre trasparenti, truffe on-line, fake news, problemi di dipendenze, cambiamenti nel costume, inadeguatezza del sistema formativo.

Questi sono solo alcuni degli elementi di criticità che ad oggi ciascuno di noi, ma anche governi ed istituzioni, si trovano a dover affrontare. L’obbiettivo, per non rischiare di subire soltanto le conseguenze della trasformazione digitale è di comprenderla fino in fondo per iniziare a governarla. Ed è esattamente questo il punto centrale: la rivoluzione digitale, se la conosci, la governi e ne trai il massimo vantaggio. Sfida all’apparenza semplice ma tutt’altro che scontata. Dal mondo della scuola fino ad arrivare a chi governa l’economia e il lavoro, sembra che si stia semplicemente cercando di tappare le falle più macroscopiche invece di affrontare le nuove sfide in modo organizzato e consapevole. Il successo del Piano Nazionale Industria 4.0 resta uno dei rari esempi di come si possa interpretare e governare un fenomeno in modo organico e continuativo, trasformando un problema (il gap tecnologico delle imprese nei confronti dei competitors internazionali) in un’opportunità di cambiamento ed innovazione di prodotto e di processo. Lo strumento funziona. Per questo risulta incomprensibile la volontà del Governo di smontarne, con la nuova Manovra, la struttura portante degli incentivi agli investimenti, alle attività di ricerca, alla formazione 4.0 e all’assunzione di manager in grado di gestire le trasformazioni digitali nelle aziende. Stiamo tornando al passato. È come se fosse in atto un tentativo, per altro inutile, di fermare la modernità del lavoro e della società a colpi di legge. Non possiamo permetterci di portare avanti politiche fuori dal tempo in un mondo digitale. Il rischio, non solo economico, è di andare, come Paese, alla deriva verso i margini dello sviluppo mondiale. 



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