Una guerra che indebolisce tutti, tranne la Cina
L’attacco degli Stati Uniti all’Iran mette a nudo cortocircuiti e contrasti interni all’amministrazione di Donald Trump, divisa tra Maga e Neoconservatori
“Un mondo senza Nato fatico a vederlo”. Fabrizio Maronta, responsabile redazione e relazioni internazionali della rivista Limes, iniziava così l’intervista con Varesefocus rilasciata esattamente un anno fa, a 100 giorni dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. I dazi erano ancora una minaccia. La promessa di far finire presto il conflitto russo-ucraino era ripetuta con crescente convinzione, così come gli attacchi verbali all’Unione Europea. America First e disimpegno dalle guerre erano la priorità strategiche della nuova amministrazione statunitense. Nel frattempo, le preoccupazioni delle imprese italiane per un contesto geopolitico sempre più complicato erano forti. E questo, forse, è l’unico elemento rimasto immutato. Anche per tale motivo Confindustria Varese ha chiesto a Maronta di tornare a fare il punto sullo scenario internazionale in un incontro previsto per lunedì 20 aprile all’Università LIUC (ore 17.30). Varesefocus in questa intervista cerca di anticipare i principali temi che verranno trattati.
Sono passati 12 mesi, ma sembra di essere piombati in un altro pianeta. Ripartiamo da dove ci eravamo lasciati. La Nato, anche alla luce del recente attacco all’Iran, ha un futuro?
L’Europa senza Nato, a livello di difesa, non esiste. Questo è un dato di fatto tecnico, tecnologico e operativo. Allo stesso tempo l’Alleanza Atlantica è ormai priva di qualsiasi ratio politica.
Ciò da cosa dipende?
È venuto meno il collante dei tre motivi per i quali era sorta dopo la Seconda Guerra Mondiale: tenere sotto le maglie di un’alleanza la Germania, coinvolgere gli Usa nella difesa del continente, tenere fuori la Russia.
E ora?
La Germania ritorna a investire massicciamente nei suoi sistemi di difesa e gli Stati Uniti sono sempre meno convinti del proprio ruolo strategico in Europa.
E per quanto riguarda la Russia?
Ci sono due visioni diverse all’interno della Nato, che vanno oltre il contingente. C’è quella anglo-svedese-balcanica-polacca che considera la Russia un nemico strutturale ed esiziale. C’è poi quella italo-tedesca-francese. Tre Paesi che oggi hanno posizioni ferme sulla Russia e la necessità di un suo contenimento di fronte al conflitto con l’Ucraina, ma che nel lungo periodo non escludono un riavvicinamento.
Le divisioni interne all’Europa in termini di interessi e strategie emergono come il vero punto debole del continente.
La Ue di fronte alle crisi è la solita non pervenuta. Basta guardare a come abbiamo reagito all’attacco Usa all’Iran.
Lì, però, c’è stato un coro unico: no ad un coinvolgimento.
Il coinvolgimento di fatto c’è stato, in quanto diversi paesi, tra cui l’Italia, non hanno potuto o saputo opporsi all’uso statunitense delle loro basi. Il problema delle divisioni, però, emerge anche e soprattutto a livello di strategia energetica di fronte all’emergenza del rialzo dei prezzi dovuta ai bombardamenti e alla chiusura dello stretto di Hormuz. L’Europa è la vittima sacrificale della guerra, ma non c’è una risposta univoca. L’Italia punta ai nuovi giacimenti di gas off-shore di fronte alla Libia, ammesso e non concesso che la Turchia ci lasci campo libero. Orban apre ad acquisti di gas e petrolio dalla Russia. I polacchi e gli svedesi si oppongono con forza. La Francia rimane relativamente schermata, forte della sua produzione di energia tramite il nucleare. L’Italia sta affrontando un’inflazione energetica tra le più alte nella Ue e nel frattempo Francia e Germania, concorrenti manifatturieri, ringraziano. Non c’è una politica comune in uno degli elementi più strategici e importanti in termini di geopolitica: l’approvvigionamento energetico. Dominano gli interessi divergenti. Non c’è il legame dettato dal sentimento collante di un destino comune.
Insomma, Trump ha vita facile con l’Europa. Eppure, si è impantanato in una guerra difficile da vincere con l’Iran. L’attacco non è incoerente con la visione “America First”?
Più che un cambio di rotta siamo di fronte a un cortocircuito. Nel documento di Strategia di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, pubblicato a novembre, la visione era chiara: gli Usa devono intervenire negli scenari internazionali quando gli interessi nazionali sono intaccati direttamente. L’attacco al Venezuela era coerente con questa dottrina. Quello all’Iran, no.
Perché allora Trump ha deciso di aprire questo fronte?
I motivi sono diversi. Trump è stato spinto un po’ dal successo del blitz in Venezuela, dalla capacità di influenzare l’amministrazione americana di Israele (per il quale l’Iran è il nemico esistenziale), dalle pressioni delle chiese evangeliche che negli Usa votano a destra anche se non sono del tutto parte del mondo Maga. Ma soprattutto all’interno dell’élite oggi al potere a Washington è in atto uno scontro. Da una parte ci sono gli interventisti, tra cui ciò che resta dei Neocon, guidati dal Segretario di Stato Marco Rubio e dal Pentagono che spingevano per un intervento. Dall’altra ci sono gli isolazionisti guidati dal Vicepresidente J. D. Vance. Finora hanno vinto i primi.
Quindi si torna alla dottrina della guerra per esportare la democrazia?
Una volta era così. I neoconservatori avevano questo ideale. Oggi per Trump è differente: non gli importa se l’Iran diventerà una democrazia, l’importante è che si affermi un regime non in contrasto con gli interessi di Israele.
Rimane il fatto che l’attacco all’Iran tradisce il pensiero “America First”.
L’attacco smentisce a tutti gli effetti la strategia per cui Trump è stato votato. È una mossa avventata e irrazionale. Il problema, però, è che il Presidente Usa si sta giocano oltre che l’agenda dell’amministrazione anche la stabilità energetica del Paese e quella mondiale. Senza contare la tenuta della propria capacità deterrente. Questo è un conflitto che richiede sforzi enormi e che scopre gli Stati Uniti su altri fronti.
Finirà con la proclamazione di una vittoria da parte di Trump, qualsiasi sia la situazione sul terreno?
Questa è chiaramente la tentazione di Trump, che però entra così in contrasto con l’agenda del premier israeliano Benjamin Netanyahu, dettata dalla strategia di guerra permanente per tenere unito nell’emergenza un paese altrimenti molto diviso. La realtà però è che se il regime degli ayatollah rimane, l’Iran avrà vinto, gli Usa perso e Israele se va bene pareggiato. Un nuovo Vietnam. E un mondo meno americano di prima, in cui lo Stato ebraico rischia di sabotare i Patti di Abramo e di ritrovarsi un Iran più debole, ma più radicalizzato di prima, con Gaza in macerie e il Libano ancora in fiamme.
Con la Cina che potrebbe emergere come la vera vincitrice?
La Cina oggi ha tre priorità. La prima è non farsi trascinare nella guerra. L’Iran vende a Pechino l’80% del suo petrolio, ma tra i due Paesi non c’è un’alleanza militare. Xi Jinping deve rimanere concentrato nell’Estremo Oriente. La seconda priorità è di non danneggiare la propria economia. E su questo sta vincendo la partita anche a livello energetico. Sia per il mix di approvvigionamento da diverse fonti (dal petrolio alle rinnovabili, passando per il carbone e il nucleare) che mette il Paese molto più in sicurezza di altre potenze, sia per le riserve strategiche di greggio superiori a quelle degli Stati Uniti che sono entrati in guerra con l’Iran con bassi stock strategici. Lo shale oil a stelle e strisce non è sufficiente.
Manca la terza priorità.
Ergere la Cina a campione del non interventismo e a potenza responsabile del pianeta, lasciando che gli Usa si impelaghino nei loro disastri.
Dunque, sbaglia chi pensa che l’attacco all’Iran in barba al diritto internazionale rappresenti, in questa fase storica, un precedente in grado di spianare la strada della Cina verso Taiwan, complice la momentanea distrazione degli Usa sull’Estremo Oriente?
Potrei anche sbagliarmi perché ormai il mondo smentisce ogni giorno qualsiasi previsione, ma al momento per la Cina attaccare Taiwan sarebbe controproducente. L’importanza dell’isola nella produzione di chip, con la presenza di Tsmc, è ancora la sua assicurazione sulla vita. La Cina sembra stia preferendo una strategia di medio-lungo periodo di assedio incrementale, anche con una diplomazia obliqua. Basti guardare ai comunicati recenti con cui Pechino si è detta disposta ad aiutare Taiwan con il proprio petrolio in caso di shock energetico prolungato.




