La sfida non è vivere di più, ma meglio
L’allungamento della vita sta cambiando i bisogni sanitari, i modelli di cura e le priorità sociali. Dalla prevenzione alla continuità assistenziale, fino alle nuove soluzioni per mantenere autonomia e benessere a lungo. Il tema della longevità, oggi, riguarda sempre più persone, territori, servizi e imprese
“L’aumento dell’aspettativa di vita porta con sé nuove esigenze e impone di ripensare anche il modo in cui ci prendiamo cura delle persone. Dobbiamo passare da una medicina episodica a continua”. È da questo cambio di paradigma che si muove oggi il tema della longevità: non più una questione meramente sanitaria, ma un fenomeno che sempre di più porta con sé trasformazioni in termini di sistemi di cura, servizi, tecnologie, imprese e territori. A spiegare come stanno evolvendo i bisogni, ma anche le risposte attorno alla Silver Economy è Stefania Cataldo, Medico specialista in malattie dell’apparato cardiovascolare ed esperta di Medicina Funzionale.

Dottoressa, si vive sempre più a lungo: quali sono le esigenze che stanno emergendo con maggiore forza rispetto al passato?
Vivere più a lungo è certamente una conquista, ma pone una questione: in quali condizioni viviamo gli anni che abbiamo guadagnato? La vera sfida, oggi, non è solo aumentare la durata della vita, ma ridurre la distanza tra lifespan e healthspan, cioè tra gli anni vissuti e quelli trascorsi in buona salute. Con l’aumento della longevità cresce il carico delle patologie croniche, come malattie cardiovascolari, diabete e declino cognitivo, che spesso si presentano insieme e possono associarsi a fragilità, isolamento sociale e disagio psicologico. Questo cambia profondamente i bisogni assistenziali: non si tratta più di concentrarsi sulla cura di singole patologie o episodi acuti, ma di accompagnare nel tempo le persone con condizioni croniche e bisogni che evolvono con l’età. Diventano quindi centrali la prevenzione, la continuità assistenziale, l’integrazione tra professionisti e un’attenzione volta al mantenimento dell’autonomia, della funzionalità e della partecipazione alla vita sociale. È un passaggio da una medicina prevalentemente episodica e reattiva ad una medicina più continua, preventiva e centrata sulla persona.
La vera sfida, quindi, non è soltanto aggiungere anni alla vita, ma aggiungere qualità agli anni.
La prevenzione è lo strumento più importante che abbiamo per trasformare l’aumento dell’aspettativa di vita in un reale guadagno di salute. Non riguarda soltanto l’assenza di malattia, ma significa preservare nel tempo capacità fisica, cognitiva e relazionale. I processi alla base delle principali malattie croniche iniziano molto prima della comparsa dei sintomi. Per questo, la prevenzione dovrebbe accompagnarci durante tutta la vita. Può sembrare un messaggio meno attraente rispetto ai rimedi che promettono risultati facili, ma le fondamenta della longevità sono ancora movimento, alimentazione adeguata, sonno di qualità, gestione dello stress, relazioni sociali positive e controllo dei fattori di rischio. Questo richiede impegno, ma non significa applicare a tutti la stessa ricetta. Gli interventi devono essere realistici, sostenibili e personalizzati, anche tenendo conto di come cambiano bisogni, capacità e condizioni di salute con l’età. C’è poi una dimensione collettiva: una persona che invecchia mantenendo autonomia e funzione, può continuare più a lungo a lavorare, partecipare alla comunità, occuparsi della propria famiglia e contribuire alla società. In questo senso la prevenzione non è solo una scelta sanitaria, ma diventa un investimento sociale ed economico.
Una popolazione più longeva richiede anche un diverso modello di assistenza. Come dovrebbe evolvere il nostro sistema sanitario e sociosanitario?
Il nostro sistema sanitario è stato costruito in gran parte per rispondere alla malattia acuta: compare un problema, il paziente entra nel sistema, viene curato e ne esce. Ma una popolazione longeva, nella quale la cronicità diventa sempre più frequente, richiede un modello diverso. Dovremmo passare da un’assistenza episodica a continua, da reattiva a preventiva, da frammentata a integrata. L’ospedale rimane indispensabile per l’alta complessità e l’acuzie, ma non può essere il luogo nel quale gestire per decenni prevenzione, fragilità e patologie croniche. Servono reti territoriali più forti, una vera integrazione tra medicina, assistenza sociosanitaria, professionisti della riabilitazione e della prevenzione, strumenti digitali utilizzati con criterio e una maggiore capacità di seguire le persone anche a domicilio. La parola chiave è continuità. Qualcuno deve conoscere la storia della persona e accompagnarne nel tempo l’evoluzione. La medicina del futuro dovrà essere meno centrata sulla singola prestazione e molto più sulla traiettoria di salute.
Quali opportunità vede per imprese, tecnologie e nuovi servizi? La silver economy può essere un motore di innovazione?
Assolutamente sì. Una società più longeva genera nuovi bisogni e quindi anche grandi possibilità di innovazione. Basti pensare ad ambiti come il digitale, l’assistenza domiciliare, la riabilitazione, le soluzioni abitative, la mobilità, la nutrizione. Resta, però, una distinzione fondamentale tra innovazione utile e mercato della longevità. Negli ultimi anni, questo settore è cresciuto moltissimo e non sempre alla velocità dell’offerta commerciale corrisponde altrettanto rigore scientifico. Esiste il rischio di trasformare l’invecchiamento in una condizione da medicalizzare proponendo test, integratori o trattamenti costosi che promettono molto più di quanto le evidenze consentano di affermare. L’innovazione più interessante sarà quella capace di risolvere problemi reali, rendere la prevenzione più accessibile, identificare precocemente la fragilità, mantenere le persone attive e indipendenti, facilitare il lavoro di chi assiste e collegare meglio casa, territorio e servizi sanitari. La longevità può diventare un importante motore economico, ma anche un laboratorio di innovazione sociale e il territorio, in questo, ha un ruolo centrale. La domanda da porci non dovrebbe essere solo “come possiamo vivere più a lungo?”, ma “come possiamo costruire una società nella quale sia possibile vivere più a lungo e bene?”






