I gap da colmare per recuperare competitività
Gestione dati, Intelligenza Artificiale, cloud, reti di telecomunicazione e cyber security. Ecco i fattori produttivi strategici per lo sviluppo delle imprese e per l’autonomia economica dei Paesi.
‘‘Oggi l’Europa ha un gap nei confronti di America, Brasile, Cina e India. Questo gap o lo colmiamo o saremo spazzati via”. Queste le parole di Pietro Labriola, Special advisor per la Transizione Digitale di Confindustria, Amministratore Delegato Gruppo Tim e Presidente Asstel, tratte dall’intervista condotta da Class CNBC e trasmessa durante l’Assemblea Generale di Confindustria Varese, lo scorso giugno, sulle tematiche che ruotano attorno alla sovranità digitale. Telecomunicazioni, cloud e cyber security: fattori strategici per incrementare la produttività manifatturiera e poter rimanere competitivi sui mercati internazionali.
Labriola, cosa pensa della sovranità digitale?
Prima di andare nel tecnico è meglio semplificare il concetto, perché questo non può più essere un tema solo per gli addetti ai lavori. Negli ultimi anni siamo stati abituati a lavorare in un mondo fisico. Un mondo fisico ha dei confini e, all’interno di questi, ci sono delle norme e delle leggi. Se vivi e lavori in Italia, rispondi a tutte quelle che sono le normative italiane, che siano di carattere penale, civile, societario o di privacy. Negli anni, invece, si è progressivamente creata una dimensione parallela a quella del mondo reale: il digitale. In questo mondo digitale le norme non rispondono più al Paese di appartenenza, ma al mondo virtuale. Con il digitale si è invertito tutto. Come a dire che a partire da domani, compreremo il latte in Italia sulla base delle normative cinesi o americane. Questo è il problema che si è creato nel tempo, nel mondo digitale: quando cominciamo a utilizzare i servizi nei cloud, rispondiamo alla normativa americana. Le aziende americane che erogano servizi devono rispondere alla loro normativa, quindi la national security americana può, in qualunque momento, chiedere informazioni su quegli elementi, ma, per assurdo, non lo può fare un giudice italiano. Siamo a questo paradosso che porta ad uno dei primi problemi: quello di sovranità. È corretto essere soggetti ad una legge straniera? Vale anche l’inverso? No, quindi oggi, più di prima, sta diventando un tema scottante. Ai primi di giugno, la Commissione europea ha anche incominciato a dare delle chiare indicazioni dove chiede che tutte le amministrazioni pubbliche utilizzino servizi basati sulla sovranità digitale e che quindi rispondano alle norme europee e non a quelle di Paesi terzi. Il digitale sta diventando anche un tema di fattore competitivo. La maggior parte degli hyperscaler (i fornitori di servizi cloud su scala globale, ndr) fanno il 40% dei loro ricavi in Europa. Però tutte le aziende digitali sono al di là dell’Oceano, sia che si guardi verso destra o verso sinistra, verso il mondo asiatico o americano. Possiamo immaginare un mondo nel quale l’Europa non sarà in grado di gestire uno dei fattori produttivi più importanti per l’economia futura? Impossibile. Oggi qualunque attività prevede l’utilizzo di servizi digitali. Possiamo dipendere da terzi? C’è anche un tema di possibilità di costruirsi un percorso competitivo per il futuro. È su questo che dobbiamo svegliarci.
Quali sono i rischi per il sistema Paese e qual è la partita economica che l’Italia può giocare?
Ripeto, il mondo del digitale diventerà uno dei fattori produttivi chiave per poter competere e il digitale si alimenta anche tanto con l’energia. Ad oggi, leggiamo sui giornali di dispute e discussioni rispetto allo svantaggio competitivo che ha l’Italia per un costo dell’energia elevato. Questo si rifletterà anche sul tema del digitale e quindi rischiamo che questi costi dei fattori produttivi siano più alti. Se per di più non incentiviamo questi fattori ad avere una produzione locale, rischiamo che qualunque industria italiana abbia un costo maggiore rispetto a un’azienda francese. Se in Francia, ad esempio, la pubblica amministrazione ha scelto di migrare tutto quanto su dei loro sistemi nazionali, si sta creando un ecosistema che porterà a sviluppare un’indipendenza tecnologica e quindi un maggior livello di competitività rispetto ad altri Paesi europei.
Da questo punto di vista che cosa può fare Confindustria?
Quello che stiamo facendo in Confindustria, innanzitutto, è sensibilizzare sul tema. Porre sul tavolo il fatto che l’Italia rischia di avere un gap infrastrutturale che poi pagheranno gli imprenditori in termini di competitività industriale. Perché se in Francia o in Germania gli imprenditori riescono ad avere accesso a dei servizi di telecomunicazioni più performanti, che migliorano la loro produttività, ci sarà un gap competitivo. Dobbiamo iniziare ad avere una visione più olistica. Insieme a Confindustria stiamo discutendo con il governo e con i vari regolatori per spiegare questo tema. È un problema italiano? No. Non possiamo dire “mal comune, mezzo gaudio”, ma è un problema europeo. La scelta in Europa, fatta trent’anni fa, su quelli che erano i modelli di competizione, ha di fatto fortemente impoverito il settore delle telecomunicazioni. In Francia si sta valutando di passare da quattro a tre operatori. In Spagna stessa cosa. In Germania stessa cosa. Si sta discutendo di come dare degli incentivi, per esempio, nel caso delle frequenze, rinnovare le frequenze a titolo non oneroso, affrontare il fatto che gli operatori investano in reti a maggior performance. Cioè si sta cercando di trovare una quadra tra l’esigenza di dotare i Paesi di infrastrutture più performanti e l’esigenza di definire delle norme che facilitino questo. Gli imprenditori che cosa possono fare? Supportare questa logica, cominciando a rendersi conto che nei prossimi tre-cinque anni le telecomunicazioni diventeranno un fattore competitivo chiave per i loro servizi. Non si potrà, né si dovrà più fare una scelta basata sull’acquisto del servizio più a basso costo, perché qualunque servizio avrà bisogno di una priorità e una qualità. Proviamo a fare degli esempi concreti: un domani, laddove un imprenditore volesse utilizzare degli occhiali connessi alla rete per avere una traduzione simultanea, per parlare con un partner, un cliente, un fornitore, cinese, indiano o americano, quegli occhiali devono funzionare sulla base di una connessione a più bassa latenza. E questa latenza non sarà un qualcosa che forniscono tutti gli operatori. Oppure, tutti coloro i quali hanno dei figli sanno che questi giovani giocano a cloud gaming, quindi a dei giochi online su Internet.
I nostri figli sono molto più demanding (esigenti, ndr) di noi imprenditori sulla qualità della connessione. Sanno che se la qualità della connessione non è buona, la loro performance nel gioco degrada. Prendiamo questo esempio e riportiamolo nella dimensione aziendale. Quella qualità bassa si riflette sulla produttività. Le telecomunicazioni, il cloud e la cyber security saranno fattori abilitanti per incrementare la produttività. Non ci piace? Va bene, scenderemo come livello di competitività e il nostro Paese avrà un gap rispetto agli altri europei. L’Europa oggi ha già un gap nei confronti di America, Stati Uniti, Brasile, Cina e India. Questo gap o lo colmiamo o saremo spazzati via.
Che cosa manca e quali sono le urgenze oggi?
L’urgenza è incominciare a ragionare su dove vogliamo essere da qua a tre anni. Dobbiamo incominciare a darci una politica industriale. L’Europa non è un mercato nel quale ci possono essere ancora più di cento operatori. Se negli Stati Uniti, in Brasile, in Cina e in India che hanno tre volte la popolazione dell’Europa, ci sono tre o massimo quattro operatori, noi perché ne abbiamo cento? Vogliamo l’uovo oggi o la gallina domani?







