La sfida della sovranità digitale

Il 70% del cloud computing europeo è controllato da colossi Usa. L’80% delle infrastrutture tecnologiche che utilizziamo è in mano a operatori extra-Ue. Il rischio è evidente: non essere più padroni delle nostre informazioni

‘‘L’obiettivo di liberare le grandi potenzialità delle imprese passa sempre di più da un tema ancora non abbastanza al centro delle nostre agende e a cui non riserviamo, anche nelle nostre aziende, l’attenzione che merita: quello della sovranità digitale”. Il Presidente di Confindustria Varese, Luigi Galdabini, ne è talmente convinto da aver voluto portare l’argomento al centro dell’ultima Assemblea Generale degli industriali varesini che si è tenuta a metà giugno negli stabilimenti di Leonardo Aeronautica di Venegono Superiore. Una vera e propria sterzata rispetto ai titoli delle assise di altre realtà del Sistema Confindustria e al dibattito che gira intorno alle politiche industriali necessarie per recuperare competitività. Anche per questo Galdabini, nella sua relazione, ha parlato espressamente di “una leva competitiva nascosta”.

Presidente Galdabini cosa si intende con il termine sovranità digitale?

Ci riferiamo all’indipendenza che è necessario raggiungere nel campo della gestione, del trattamento e del controllo del nostro patrimonio di dati, delle infrastrutture digitali e delle tecnologie connesse. Sembra un argomento lontano, ma parlare di sovranità digitale non è una disputa filosofica. Vuol dire occuparsi della difesa di quei principi che possono intaccare la nostra autonomia competitiva ed anche la nostra libertà di cittadini europei. Si tratta di un argomento di geopolitica applicata.

Perché, però, farne un argomento strettamente legato alle politiche industriali?

Perché i dati utilizzati dalle nostre aziende non vanno solo raccolti e interpretati, vanno anche governati e protetti. Le imprese operano oggi in reti digitali sempre più complesse, costituite da piattaforme, dati, cloud, Intelligenza Artificiale. Queste interdipendenze possono diventare punti di forza, ma anche fonti di rischio se non sono conosciute e governate.

Perché se ne parla solo oggi?

La condivisione del dato, fino a qualche anno fa, non era un problema, faceva parte del gioco partecipativo di una tecnologia ed un’economia aperta. L’accelerazione del rischio geopolitico, la creazione di oligopoli e di imperi digitali in cui l’Europa per ora gioca un ruolo marginale, impongono, però, un cambio di prospettiva e l’urgente necessità di recuperare terreno in termini culturali e di policy. La grande espansione del mercato di applicazione, ma la bassa capacità di scalare queste tecnologie in termini proprietari, sono fenomeni che rischiano di marginalizzarci.

Con quali conseguenze?

La consapevolezza del rischio che corriamo come cittadini e come impese è ancora troppo bassa. Qualche dato elaborato anche di recente da Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, ndr) ci aiuta a fotografare la nostra dipendenza. Oltre l’80% dei prodotti, delle infrastrutture e della proprietà intellettuale digitali utilizzati all’interno dell’Unione Europea è controllato da società extra-Ue. Il 70% del cloud computing del mercato europeo è controllato dai tre principali colossi americani del settore (Amazon, Microsoft, Google). Oltre il 74% di tutte le società europee quotate in borsa dipende da servizi tecnologici con sede negli Stati Uniti. Come Italia, ma anche come Europa, ci siamo sino ad ora fidati di un sistema collaborativo. Di un patto tra alleati storici o comunque partner. In un contesto geopolitico così frammentato e in cui nulla può essere dato per scontato, in un’economia sempre più virtualizzata, in cui digitalizzazione e Intelligenza Artificiale diventano il modus operandi di tutti noi, non possiamo, però, più permetterci ingenuità nel trattare la sovranità del dato.

Da dove partire per recuperare il terreno perduto?

Per esempio, dalla constatazione che sono ancora troppo pochi i data center in Europa. Abbiamo meno della metà dei data center esistenti negli Stati Uniti. E in Italia ne contiamo un terzo di quelli presenti in Germania. Dobbiamo dotarci di infrastrutture adeguate, anche come territorio lombardo. La legge regionale da poco approvata è un’opportunità da cogliere. Sono necessarie semplificazioni nei procedimenti autorizzativi, per la realizzazione dei data center in aree già industrializzate o dismesse, vicino a fonti certe di energia e di acqua. È una questione prettamente strategica. È vero, dobbiamo recuperare un gap, ma dobbiamo saperlo fare, per una volta, sotto una regia d’insieme. Con una visione complessiva che sappia coniugare positivamente la necessità di dotarci di infrastrutture digitali con una impostazione sostenibile del nostro sviluppo.

Qual è la posta in gioco? È solo una questione di competitività?

Saper gestire il mondo della virtualizzazione e dell’economia del dato significa gestire la sicurezza di tutti noi. Ma significa anche aprire nuove opportunità per creare ricchezza da distribuire. Nel 2025 le Big Seven del dato (Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon, Meta e Tesla) hanno raggiunto un valore di capitalizzazione superiore al Pil della Ue. Se la digitalizzazione è ormai vista da tutti come opportunità, allo stesso tempo la sovranità digitale è un dovere. È su questo binomio che ci stiamo attivamente impegnando come Confindustria Varese con il Joint Research Center di Ispra (JRC), l’Università LIUC e Confindustria.

Di cosa si tratta?

Stiamo realizzando un progetto pilota sulla sovranità digitale che ha l’obiettivo di diventare scalabile a livello europeo e che si pone tre obiettivi. Primo: comprendere come le imprese di un tessuto produttivo industriale affrontano le proprie dipendenze e vulnerabilità tecnologiche, la governance dei dati, la cybersecurity e l’adozione dell’Intelligenza Artificiale nel contesto geopolitico attuale. Secondo: permettere al JRC una raccolta di informazioni, tratte direttamente dalle imprese, che aiuti la Commissione Ue a disegnare le politiche europee su questi temi, come ha iniziato a fare con il recente pacchetto presentato. Terzo: creare consapevolezza nelle aziende sulla propria rete digitale e sulle proprie vulnerabilità. Siamo orgogliosi che questo laboratorio sia partito proprio da qui, da Varese.
In questo senso, però, la sovranità, almeno quella digitale, è più una questione europea che nazionale.
Concordo e, proprio per questo, il nostro Progetto “Sovranità Digitale” è estremamente strategico e rappresenta una novità, non solo nel merito del tema che viene trattato, ma anche nel metodo che, come Sistema Confindustria, da sempre auspichiamo: fare in modo che le policy europee, possano nascere anche dall’ascolto delle imprese. Grazie al sempre più stretto rapporto di collaborazione tra JRC, Confindustria Varese e Università LIUC stiamo dando vita proprio a questo: una condivisione di esperienze da cui partire per la costruzione di una politica industriale europea che possa essere efficace nella tutela della nostra competitività e nell’affermazione dei nostri valori nel contesto globale.

Ciò presuppone di riconoscere nell’Europa un valore e non un ostacolo alla crescita e alla competitività dell’industria.

Sappiamo che non tutto è perfetto, che la nostra Ue deve migliorare sotto diversi aspetti, diventando più veloce e meno burocratica. Sforzandosi di semplificare ed evitando l’accumulo di regole. Ma nel contempo mi trovo in grande accordo con le recenti parole pronunciate da Mario Draghi che ci ha ricordato l’orgoglio del patrimonio europeo di valori e di storia e quanto sarebbe auspicabile, per il bene di tutti e nell’interesse generale, che tale sentimento fosse maggiormente condiviso e trovasse più numerosi e coraggiosi sostenitori all’interno della classe dirigente europea. Anche in Italia. Essere europei significa difendere la dignità della persona, la democrazia, la prosperità condivisa e la solidarietà tra i popoli. Significa sapere che nessuna nazione, da sola, può affrontare le grandi sfide del nostro tempo. Ma significa anche credere che insieme possiamo essere più forti, più liberi, più capaci di decidere il nostro destino. L’orgoglio europeo è responsabilità verso il futuro.

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