Il fenomeno dei Business Angel

In Europa, e soprattutto negli Stati Uniti, è una tendenza ben consolidata. In Italia, invece, è un mercato in crescita, ma fatica a spiccare il volo. Nel 2025, secondo il Report redatto dal Venture Capital Monitor di AIFI, “sono stati investiti circa 74 milioni di euro in 74 operazioni”

Letteralmente sono gli “angeli investitori” o “angeli del business”. Sono persone fisiche, quasi sempre imprenditori o manager, che scelgono di investire risorse proprie in una startup nelle sue prime fasi di vita. Quando il rischio è massimo, le certezze sono poche e il futuro del progetto è ancora tutto da costruire. Ma ridurre a semplice finanziatore questo ruolo non è corretto. I Business Angel contribuiscono non solo con capitali, ma anche con competenze, esperienza, una rete di relazioni e una visione strategica. Si tratta di una figura che sta al fianco dei founder, li accompagna nelle prime scelte, quelle decisive. Aiuta ad interpretare il mercato e trasformare, concretamente, un’intuizione in un’azienda di successo. “In altre parole, mi piace definirli come acceleratori umani, ancora prima che finanziari”: così Giovanni Fusaro, Direttore dell’Osservatorio Venture Capital Monitor (VeM) di AIFI (Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt).

In Europa, e soprattutto negli Stati Uniti, è un fenomeno ben consolidato. In Italia, invece, è un mercato in crescita che fatica a spiccare il volo. Nel 2025, secondo i dati forniti da Iban (Italian Business Angel Network) e inseriti nel Report redatto dal VeM, “i Business Angel italiani hanno investito circa 74 milioni di euro in 74 operazioni – informa il Direttore –. Un dato stabile rispetto all’anno precedente che nasconde però una trasformazione significativa”. A cambiare non è solo il volume degli investimenti, quanto la loro natura. Diminuisce il numero delle operazioni, mentre cresce la dimensione media degli interventi. “Il mercato diventa così più selettivo, orientato a sostenere meno startup, ma con maggiori risorse”, tiene a precisare Fusaro. Il percorso che porta un Angel ad investire è lineare. Una startup presenta il proprio business plan, racconta il progetto, illustra il mercato di riferimento, il modello di crescita e il team. È in questo momento che i Business Angel valutano il potenziale della startup nascente, la solidità dei fondatori, la scalabilità dell’idea e decidono se investire. In Italia il ticket medio è ancora contenuto, ma è in aumento. “Nel 2025 si è attestato intorno ai 50mila euro per investitore, con round che sempre più spesso superano i 500mila euro grazie a operazioni in syndication, ovvero con più Angel che investono insieme”, racconta ancora il Direttore del Venture Capital Monitor.

Proprio la syndication è uno dei segnali più evidenti dello sviluppo di questo business: oggi l’81% delle operazioni avviene in forma collettiva. Gruppi di investitori che scelgono di condividere il rischio, mettere insieme capitali, competenze e reti di contatti. È questo il quadro che emerge dall’Osservatorio di AIFI. “Un passaggio da un mercato più ‘artigianale’ ad un ecosistema più strutturato”, secondo Giovanni Fusaro. La vera forza dei Business Angel resta, però, nella capacità di affiancare concretamente le imprese. Secondo il report VeM 2025, le principali risorse messe a disposizione sono il network di relazioni (pari al 30%) e le competenze strategiche (pari al 23%). “Il 74% degli investitori dichiara di voler avere un ruolo attivo nelle startup finanziate. Il Business Angel non si limita a credere in un’idea: contribuisce a darle forma, a correggerne la traiettoria e a prepararla al confronto con il mercato”, precisa Fusaro. Nonostante ci sia terreno fertile, il confronto con gli altri Paesi europei pesa. “Il mercato italiano del venture capital, di cui gli angeli del business sono parte integrante, ha ormai superato il miliardo di euro annuo, ma rimane distante dalle principali economie del Continente europeo – racconta ancora Fusaro –. La distanza non riguarda soltanto i volumi investiti, ma anche il numero di operatori, la dimensione dei fondi e la capacità di accompagnare le startup nelle fasi successive di crescita”. In Italia, secondo le stime dell’Osservatorio, si contano circa 45 gestori di fondi di venture capital, contro una media di circa 150 nei principali Paesi europei. Il risultato è che molte imprese innovative italiane, una volta superata la fase iniziale, faticano a trovare capitali sufficienti per crescere e sono spesso costrette a guardare all’estero. Qualcosa, però, si sta muovendo. L’ingresso crescente di investitori internazionali e l’aumento delle collaborazioni tra Angel e fondi indicano una maggiore integrazione con l’ecosistema europeo. “Cresce il ricorso a formule finanziarie più evolute come il SAFE (Simple Agreement for Future Equity, strumento contrattuale flessibile spesso utilizzato dai Business Angel nelle fasi di pre-seed e seed, ndr), così come l’investimento in sindacato e la specializzazione settoriale. Il punto, dunque – conclude Fusaro –, non è solo aumentare i capitali, auspicando un maggior contributo da parte degli investitori istituzionali, ma favorire la nascita di nuovi fondi, incentivare la collaborazione con le corporate e avvicinare il sistema della ricerca al mondo dell’impresa”.

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