L’atmosfera magica di Golasecca
Dalla cultura celtica alle sfide dell’800, ogni pietra e ogni sentiero parlano di identità e radici. Una meta perfetta per chi cerca una gita fuori porta d’autunno tra passato e natura
Le nebbie autunnali si sollevano lentamente dalle acque del Ticino, disegnando volute che sembrano antichi fantasmi. È ottobre e Golasecca si rivela nel suo abito più suggestivo: quando i boschi della brughiera si tingono di rame e oro, quando la luce radente dell’autunno accarezza le pietre millenarie delle necropoli e le acque del fiume scorrono più tranquille, come addormentate in attesa dell’inverno. È il momento perfetto per scoprire questo piccolo paese della provincia di Varese che custodisce uno dei tesori archeologici più preziosi d’Italia, testimone silenzioso di una civiltà che qui fiorì millenni prima di Roma. Il nome stesso del paese porta con sé l’eco delle acque: Uraséa, Uraseica, termini dalla radice preceltica che evocano la presenza del fiume, elemento vitale attorno al quale si sviluppò, tra il IX e il IV secolo a.C., quella straordinaria cultura che dalla località prese il nome. La “Cultura di Golasecca” rappresenta una delle prime manifestazioni della civiltà celtica in Europa, un ponte tra il mondo mediterraneo e quello nordico, fiorita lungo questo tratto di Ticino che oggi, nelle giornate di novembre quando il sole buca la foschia mattutina, sembra ancora dialogare con quel passato remotissimo. C’è un piccolo museo proprio nel centro del paese, di fianco alla biblioteca. Per visitarlo bisogna chiamare prima in biblioteca per farsi aprire.
La scoperta che cambiò la storia
Fu nel 1822 che l’abate Giovanni Battista Giani iniziò a scavare nella località del Monsorino, portando alla luce 50 tombe con ceramiche e oggetti metallici che lasciarono il mondo scientifico di stucco. Giani credette inizialmente di aver trovato i resti della battaglia del Ticino tra Annibale e Scipione, ma ben presto divenne chiaro che quelle sepolture raccontavano una storia molto più antica. Nel 1865, Louis Laurent Gabriel de Mortillet, uno dei padri dell’archeologia europea, attribuì correttamente quei ritrovamenti a una cultura pre-romana della prima età del ferro, con evidenti affinità celtiche. Era la nascita ufficiale della “Cultura di Golasecca”, destinata a riscrivere la storia del popolamento celtico in Italia. Camminare oggi tra i boschi del Monsorino in una mattina di ottobre, quando le foglie scricchiolano sotto i piedi e l’aria profuma di terra umida e castagno, significa letteralmente calpestare 3.000 anni di storia. L’area archeologica, patrimonio dello Stato italiano dal 2001, conserva monumenti funerari tra i più antichi d’Italia: cerchi di pietra, i cromlech, che delimitavano le sepolture aristocratiche e le allèe, viali funebri che conducevano ai luoghi sacri. Sono sette i recinti funerari circolari e tre quelli rettangolari, costruiti con grossi ciottoli fluviali che il tempo ha levigato e la natura ha abbracciato.
Nel cuore della necropoli
Il primo periodo della “Cultura di Golasecca”, tra l’VIII e il VI secolo a.C., vide questa comunità stabilirsi lungo il primo terrazzamento del fiume, in capanne circolari dal diametro di cinque o sei metri, con il focolare centrale e pavimentazioni in ciottoli scheggiati. Le necropoli, situate a breve distanza dagli insediamenti abitativi, erano veri e propri campi d’urne: luoghi prescelti per la cremazione dei defunti, le cui ceneri venivano deposte in urne di terracotta accompagnate da raffinati corredi funerari. Fibule in bronzo, spilloni decorati, bracciali, collane, ceramiche finemente lavorate: oggetti che raccontano di una società evoluta, gerarchicamente strutturata, impegnata in commerci con gli Etruschi e il mondo greco. È proprio qui, sul Monsorino, che è stata rinvenuta quella che alcuni studiosi considerano la più antica testimonianza scritta in lingua celtica d’Europa: un’iscrizione in gallico, con alfabeto etrusco, su un vaso di un corredo funebre. Un documento eccezionale che attesta come questa comunità fosse un crocevia culturale, capace di assorbire influenze mediterranee mantenendo salde le proprie radici celtiche. I reperti dei corredi, oggi dispersi tra diversi musei (Parigi, Milano, Sesto Calende), testimoniano un’abilità artigianale raffinata: dalla lavorazione della ceramica a quella del bronzo, dall’uso della selce e dell’ossidiana alla conoscenza della ruota, attestata dai carri rinvenuti nelle celebri Tombe di Guerriero a Sesto Calende.
San Michele, sentinella sul fiume
Lasciando il Monsorino e dirigendosi verso il cuore del paese, un altro luogo carico di storia attende il visitatore: i ruderi della chiesa di San Michele. Osservare questi resti in una giornata di novembre, quando la luce è bassa e le ombre si allungano tra le rovine, è un’esperienza che sospende il tempo. Una recinzione la circonda, proteggendola ma anche privando i visitatori della possibilità di ammirarne da vicino la bellezza ferita.
L’Ipposidra, la ferrovia delle barche
Ma non solo storia antica. Nella seconda metà dell’800, questo territorio fu teatro di un’impresa ingegneristica audace quanto effimera: l’Ipposidra, la ferrovia delle barche. Il nome, dall’unione dei termini greci “ippos” (cavallo) e “idra” (acqua), racconta già tutto: un sistema ferroviario trainato da cavalli per trasportare le imbarcazioni via terra, evitando le pericolose rapide del Ticino tra Tornavento e Sesto Calende. L’idea nacque dalla mente visionaria di Carlo Cattaneo, il grande pensatore e politico milanese, che nel 1848 immaginò questa soluzione per risolvere un problema annoso: se le barche impiegavano solo 90 minuti a scendere il fiume fino a Tornavento, per risalirlo servivano da una a due settimane, con sofferenze atroci per i cavalli che le trainavano lungo le sponde. Cattaneo scrisse parole appassionate per difendere il suo progetto: “Molto guadagnerebbe l’umanità nel sollevare una quantità di persone dal faticoso rimorchio in Ticino, che le abbruttisce, e di sollevare dalle penosissime fatiche tanti cavalli”. Inaugurata il 9 febbraio 1858, l’Ipposidra fu un’opera monumentale: 18 chilometri di binari attraverso la brughiera, 28 carri a 8 ruote, un centinaio di cavalli, 80 operai. Le barche venivano issate su vagoni piatti a Tornavento e trainate da tre robuste pariglie di cavalli attraverso boschi di robinie e castagni, con cambio dei cavalli a Somma Lombardo alla “Stazione delle Barche” sul torrente Strona, per poi scendere con un ingegnoso piano inclinato fino a Sesto Calende, dove venivano rimesse in acqua. Oggi dell’opera rimangono pochi resti: terrapieni nascosti nella vegetazione, ponti diroccati con la volta a botte in mattoni e spigoli in granito, alcuni cippi in pietra con la sigla S.F. (Strada Ferrata) perduti nella brughiera. Un sentiero permette di ripercorrere parte del tracciato, un viaggio nella storia che unisce archeologia industriale e natura.
Il Ticino in autunno
Ottobre e novembre trasformano il paesaggio di Golasecca in una tavolozza di colori caldi. La brughiera si accende di rossi e gialli, i boschi di castagni e robinie assumono tonalità ramate, le acque del Ticino riflettono cieli ora tersi ora carichi di nuvole che corrono veloci. È il momento ideale per percorrere i sentieri del Parco del Ticino, per osservare gli uccelli acquatici che ancora frequentano le rive del fiume, per fermarsi al lido (più tranquillo in questa stagione) e contemplare il lento scorrere delle acque che hanno visto passare 3.000 anni di storia. I percorsi ciclabili e i sentieri escursionistici si snodano tra brughiera e fiume, offrendo scorci di rara bellezza: ora ci si addentra nel fitto del bosco, ora si apre la vista sul Ticino e sulle colline che lo abbracciano. La Via Ducale, antica strada romana che collegava Milano al Lago Maggiore, attraversa ancora il territorio, testimone di un altro capitolo della lunga storia di questi luoghi. In alcune zone, il silenzio è così profondo che sembra di udire ancora il fruscio delle tuniche dei Celti golasecchiani o lo scalpiccio dei cavalli dell’Ipposidra. E quando la nebbia di novembre avvolge ancora una volta il paese, viene da pensare che forse quell’antica civiltà non sia mai sparita del tutto.








