Il-ritorno-di-Guttuso

A Varese una rassegna del maestro in omaggio al collezionista Francesco Pellin, nel decimo anniversario della sua scomparsa. Una mostra che vede al centro il tema della passione, capace di guidare mente e mano dell’artista nella composizione delle sue opere

Con la rassegna “Renato Guttuso a Varese. Opere della Fondazione Pellin”, curata da Serena Contini, il pittore di Bagherìa è ritornato a Villa Mirabello. Molti ricorderanno, nella stessa sede, la mostra del giugno 1984, curatori Giovanni Testori e il direttore dei musei civici Silvano Colombo, che seguiva di poco l’assegnazione della cittadinanza a Renato Guttuso, avvenuta nel precedente mese di novembre. I varesini ebbero modo di ammirare la loro città in una nuova luce. Che non è un modo di dire. Era proprio un’altra luce quella che Guttuso immetteva nei suoi quadri, che gli si era rivelata fin dal lontano arrivo nella città, negli anni Cinquanta: a Velate, davanti al casino di caccia, dote della moglie Mimise, aveva osservato, guardando come solo un pittore sa fare, la luce di Varese. Non quella serena, mattutina e chiara dei suoi prati e dei pendii collinari, che tanto era piaciuta a Montanari, un altro figlio adottivo di questa terra, ma la luce che solo un siciliano di Bagherìa poteva cogliere appieno, al punto di farla così sua. 

La Varese di Guttuso era la città dei nostri famosi tramonti, che lui per primo aveva provato a descriverci. Ce l’avrebbe raccontata nei viola, nei rossi, nei blu e nelle aranciate cromie viste dai tetti sopra Velate, con l’antica torre sullo sfondo. E il Sacro Monte isolato, là in alto. Abbarbicato alla montagna come un figlio si stringe al collo della madre, sulla vetta dedicata alla madre di tutte le altre, la Madonna nera cara a Monsignor Macchi. Un altro personaggio che ha animato e “rifondato” la via Sacra, entrato con il proprio nome in quella grande storia - di architettura, fede, generosità e coraggio civico - partita dalla Controriforma e che ancora continua. E per la quale Guttuso lavorò a sua volta, nel notissimo affresco per la terza Cappella della “Fuga in Egitto”. Fu una sorpresa la mostra dell’‘84: erano proprio nostre quelle castagne brune e dorate, nostre quelle foglie di limone cosi vivide nel loro brillante verde, nostre quelle case accese di luce negli ultimi bagliori dei pomeriggi estivi striati di oro e di blu cobalto. Così le vedevamo per la prima volta perché il pittore siciliano proprio così ce le aveva mostrate: insegnandoci a scoprire quel lato, davvero un po’ focoso e meridionale, nascosto dietro la varesina riservatezza. Tanto gli era piaciuta da decidere di rimanersene appartato qui, nel tempo migliore dell’anno, piuttosto che negli studi di Roma o Bagherìa, quando il caldo rischiava di far saltare la sua indispensabile serenità d’artista. Al punto di fargli dire, che mai gli era capitato di dipingere felicemente come a Varese. 

Che cosa significa allora oggi questa nuova mostra, cui hanno collaborato anche gli archivi Guttuso e l’associazione Giovanni Testori? 
Intanto la conferma di un appuntamento rimandato da tempo, ma che non poteva non esserci. Perché Guttuso è rimasto tra noi - parte del nostro tessuto culturale, della nostra piccola storia - tra i grandi protagonisti: come i suoi amici artisti e intellettuali Tavernari, Chiara e Isella. O come i suoi amici collezionisti. E il più innamorato di questi fu Francesco Pellin, un imprenditore che tanto fece per avere sue opere da acquistarle all’estero, portarsele a casa e mostrarle poi al pittore in una serata “a sorpresa”. 
E questo è anche il motivo che fa da motore alla mostra, divisa in sezioni: un omaggio, a dieci anni dalla morte di Francesco, al maggior collezionista di Guttuso. Per l’occasione la Fondazione Pellin ha dato in comodato alla città ventuno opere, in gran parte mai esposte, più quattro in prestito (sezione Protagonisti): il ritratto di Pellin, quello della moglie Adriana, un autoritratto del maestro (L’Atelier) e “Paesaggio d’Ischia”, località in cui avvenne l’incontro tra l’artista e il suo collezionista. Altro obiettivo, e non certo secondario della rassegna, è quello di una rivalorizzazione della Villa Mirabello, da vedersi come polo espositivo di assoluto riguardo e da accomunare al polo d’arte di Villa Panza, gioiello del Fai e della Collezione Guggenheim, da visitarsi per questa occasione con un biglietto cumulativo valevole anche per la bella rassegna di Sean Scully. Risistemata nella sua struttura, Villa Mirabello è dunque incamminata verso un miglior utilizzo sia espositivo - con mostre dedicate ad artisti di primo piano - sia del tesoro museale, in primis quello archeologico, al quale da sempre si riferiscono studiosi di tutto il mondo. 

La Varese di Guttuso era la città dei nostri famosi tramonti, che lui per primo aveva provato a descriverci. Ce l’avrebbe raccontata nei viola, nei rossi, nei blu e nelle aranciate cromie viste dai tetti sopra Velate

Intanto si vada a visitare questa prima, particolarissima mostra: rivela inediti pezzi di una collezione monotematica - in gran parte dalla collezione Pellin - che si può dire in buona sostanza dedicata al tema dell’amore, primo e unificante tema dell’arte guttusiana. 
La passione infatti guidava la mente e la mano di Guttuso: per l’arte, per le donne, per la politica, e l’amicizia il gioco lo sport. E la passione è infatti presente in mostra nella sua totalità. Nei corpi femminili innanzitutto - si vedano le sezioni “Il mondo delle donne”, “Il Nudo”, “L’Ultimo Eros” - sempre oggetto di attenzione primaria. Un’attenzione che il maestro del realismo condivide coi grandi della storia della pittura cui allude e si richiama: Caravaggio, Tiziano, Goya, Toulose-Lautrec, Van Gogh (sezione “L’Amore in vendita”), per citarne solo alcuni. Nelle partite a carte - dove si rievocano Durer e ancora Caravaggio - nelle competizioni ludiche (sezione “Sport”), dove la memoria giovanile del pallone o della box lo induce alla esaltazione dei corpi, è ancora passione. E, infine, la passione politica di Guttuso è rievocata da “Il sonno della ragione genera mostri”, dipinto dopo la strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Chiude la rassegna il capolavoro “Spes contra Spem”, quasi un testamento, rappresentazione di tre età diverse della vita - e di tre donne amate - che potrebbero essere simbolicamente una sola donna: quella vista di spalle e senza veli, davanti alla finestra spalancata e affacciata nella liquidità luminosa ed eterea di un cielo varesino che prelude alla sera. Fotografie, disegni preparatori, carte e documenti, forniti dalla cerchia di amici, varesini e non, del maestro, completano il racconto espositivo.
Il Comune di Varese lavora intanto affinché questa mostra possa portare a una grande rassegna su Guttuso, da realizzare con il Museo di Bagherìa e gli archivi di Palazzo del Grillo. 

RENATO GUTTUSO A VARESE
Villa Mirabello

Fino al 6 gennaio 2020
Da martedì a domenica dalle 10.00 alle 18.00
Ingresso libero under 18 
Biglietto intero: 5 euro per Musei Civici Villa Mirabello e Castello di Masnago
Biglietto ridotto: 3 euro possessori biglietto sede FAI di Villa Panza



Articolo precedente Articolo successivo
Edit