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Il "tradimento" del Referendum

Uno strumento il cui ruolo è stato svilito da una classe politica troppo spesso indifferente alle indicazioni referendarie. I mali causati da un uso improprio.

Il referendum è spesso considerato come una forma di democrazia diretta, una specie di diritto di veto concesso al popolo, una eccezione alla esclusività della potestà legislativa del Parlamento e - da quando la prassi lo ha trasformato da abrogativo a manipolativo delle leggi esistenti - uno strumento per avviare surrettiziamente la trasformazione della nostra democrazia rappresentativa sul modello di quella statunitense che, in realtà, diretta non è e non conosce neppure l'istituto del referendum.

Uno dei requisiti fondamentali della democrazia diretta è la possibilità di prendere effettivamente parte alle decisioni: ciò è possibile soltanto in una piccola comunità governata da un'assemblea di cittadini i quali, dopo aver ascoltato e ponderato i pro e i contro, possono farsi un'idea e votare direttamente sulle questioni in esame.
Questa era la democrazia primaria della "polis"; ma le opportunità di partecipazione decrescono rapidamente con l'aumentare del numero dei cittadini e la rappresentanza, insieme al suffragio universale segnano la differenza tra la democrazia delle antiche città-stato e quella delle moderne società complesse.
La rappresentanza è quindi la "democrazia resa praticabile nel lungo periodo e su un territorio molto esteso" (Destutt de Tracy). Da qui la democrazia rappresentativa delle società moderne.
I cittadini hanno una duplice possibilità di delegare le decisioni di governo: alle persone fisiche (candidati), oppure a persone collettive (partiti).
E' noto come l'ideologia referendaria propenda per la prima soluzione, scontando il generalizzato discredito addossato, non sempre a ragione, ai partiti. In realtà, mentre questi ultimi hanno una storia conosciuta, una tradizione da difendere e una coerenza da rispettare, le singole persone possono ben più facilmente essere influenzate da scopi e interessi personali anziché da quelli di coloro che rappresentano.
Infine, dovrebbe far riflettere la circostanza storica che i processi democratici sono stati resi possibili soltanto attraverso le associazioni politiche. I referendum sono spesso presentati come la genuina voce del popolo che si contrappone alla politica organizzata dei partiti e delle istituzioni. Ma
la sovranità del popolo non sta nella sua infallibilità e onnipotenza; bensì nella situazione contraria: l'essere cioè un insieme di persone limitate, fallibili, che non pretendono di avere sempre ragione e che sono sempre alla ricerca delle soluzioni migliori.
La democrazia si fonda su un assunto essenziale: i pregi e i difetti di ciascun individuo sono di tutti e, se tutti sono uguali nei vizi come nelle virtù politiche, I'autorità spetta a tutti e non a uno solo (il capo, il leader, il candidato). Ne deriva che neppure la democrazia è onnipotente ed è, pertanto, incompatibile con decisioni immodificabili e con conseguenze irreversibili, per esempio con la pena di morte e con la distruzione di risorse naturali non riproducibili Neppure il referendum può chiudere definitivamente una questione e la nostra Costituzione lascia libero il Parlamento di tornare a legiferare sugli stessi argomenti. Non bisogna infatti confondere la democrazia con il populismo che divinizza il popolo ("vox populi, vox dei"), lusinga la masse, coltiva l'emotività dell'opinione pubblica, usa i sondaggi per confezionare un'offerta politica su misura delle aspettative prevalenti, enfatizza le paure di una società frastornata dalle novità e resa inquieta dalle trasformazioni epocali, manda messaggi ipocritamente rassicuranti. Mentre la democrazia vuole elevare, attraverso l'educazione, il popolo affinché sia una forza attiva capace di iniziativa e di progetti politici; il populismo pensa al popolo come a una plebe incapace di uscire dalla sua condizione di minorità, ad una audience con una psicologia infantile.
L'ideologia referendaria, con i suoi stereotipi a misura di slogan, i quesiti rozzi su questioni complesse, i suoi appelli ossessivamente ripetuti, i plebisciti a raffica, è una forma di "falsa" democrazia. Anziché offrire opportunità per avere una coscienza chiara delle questioni pubbliche, semplifica e banalizza, ottunde il senso critico delle persone, genera conformismo, riduce la politica a sociologia con la tecnica del marketing usata dalla pubblicità per convincere i consumatori a sentirsi diversi facendo quello che fanno tutti.
Emma BoninoLa maggior parte dei referendum sin qui proposti non corrisponde all'intento di svecchiare il nostro sistema giuridico, nazionalizzandone alcuni aspet ti.
Configura invece un lucido disegno di trasformare la nostra democrazia secondo l'ideologia liberale, e non soltanto in senso genericamente "liberal".
Il liberalismo storicamente si è coniugato molto bene con la realtà dell'economia, dando vita a quella rivoluzionaria invenzione che è il free market. Ma se dall'economia di mercato si vuol far derivare anche la società di mercato, allora il discorso cambia perché va da sé che le persone non sono assimilabili alle merci, la politica non è la produzione e il commercio, lo stesso mercato che è lo strumento migliore per massimizzare la soddisfazione dei produttori e dei consumatori, non è in grado di tutelare tutti i bisogni delle persone e tutti i beni naturali e sociali.

Nelle società democratiche il liberalismo è stato contestato già ai tempi della prima rivoluzione industriale da parte dei partiti di massa che hanno contrapposto l'ideale della democrazia, dando vita a concezioni più equilibrate, come nel caso della socialdemocrazia, della liberaldemocrazia e della democrazia cristiana, sulle quali si è fondato un modello di capitalismo, quello renano, diverso da quello anglosassone. Ma l'aspetto più preoccupante del neo-liberismo è la marginalizzazione della politica rispetto al primato del mercato che si ritiene idoneo a soddisfare tutti i bisogni e i desideri umani. Questa depoliticizzazione mette in crisi la stessa funzione di cittadinanza intorno alla quale si realizza la coesione sociale. La politica diviene così un surrogato dell'economia e non più l'organizzazione della sfera pubblica in cui i cittadini si formano delle opinioni, condividono dei valori, costruiscono delle identità collettive, realizzano obiettivi comuni.
La depoliticizzazione produce forme di mobilitazione del tutto estranee a quelle della democrazia; con le risorse della demagogia e del populismo che mobilitano le emozioni delle masse intorno al "capo carismatico".
Quest'ultimo ha oggi a disposizione mezzi di persuasione non più coercitivi ma altrettanto efficaci nel manipolare e controllare le pulsioni istintuali del "popolo", inteso come mero aggregato di atomi e non come una comunità di pensieri e di volontà e come solidarietà di interessi.

Ma si può parlare ancora di politica ?
Il liberalismo nasce, come la democrazia, dal concetto fondamentale di libertà, ma non si identifica con quella, anzi ne costituisce un limite. La democrazia è sintesi dei principi di libertà e di eguaglianza che fa riferimento al popolo sovrano come ad una componente attiva capace di iniziativa, la dottrina liberale non va oltre gli individui e crede che il consenso dei cittadini abbia come scopo quello di limitare i poteri dello stato e non sia in grado di formulare atti di volontà collettiva.
La concezione liberale esclude che nell'agire pubblico vi sia un riferimento etico: il concetto di "bene" e di "giusto" è sostituito da quello di "opportunità".
Nell'attività economica è l'individuo che sceglie i fini in relazione alla disponibilità dei mezzi ed è inammissibile qualsiasi controllo sui mezzi in quanto esiste in natura un "ordine" spontaneo che si autoregola.
La dottrina liberale trova naturali sia le disparità personali che quelle sociali e non accoglie il principio delle eguali possibilità di partenza (par condicio).
Risulta chiara la funzionalità dei referendum radicali alla ideologia liberista. I vincoli che non sono posti in essere liberamente dai singoli vanno contro l'ordine naturale spontaneo. Tali vincoli non consistono soltanto nelle leggi e disposizioni vessatorie per i cittadini, ma comprendono anche quei soggetti collettivi che realizzano legami associativi fuori dell'ordine privatistico. Ecco allora la pervicace reiterazione del referendum elettorale per arrivare ad una legge maggioritaria che esalti le persone e faccia scomparire i partiti. Un sistema politico non si modifica però a partire da uno solo, quello elettorale, dei molteplici fattori che lo compongono.

L'esito del referendum può essere l'espressione di uno stato emotivo o di una opinione prevalente, ma non può cambiare di punto in bianco una realtà molto complessa che non sopporta arbitrarie semplificazioni.
La proliferazione dei soggetti politici è figlia del maggioritario, non del proporzionale.
Alle ultime elezioni politiche la tanto vituperata residua quota proporzionale ha generato sei partiti, le altre due dozzine sono frutto del trasformismo degli eletti nei collegi uninominali della quota maggioritaria, che si ritengono svincolati non solo da ogni disciplina di partito, ma anche da ogni obbligo di coerenza.
Anche così si spiega l'anomalia italiana dei partiti-persona che si identificano nell'appeal del leader, mentre, non a caso, l'antipolitica referendaria si volge unicamente contro i residui partiti tradizionali che conservano qualche traccia di democrazia e di partecipazione interne. "Tanti partiti, nessun partito" commenta Norberto Bobbio: l'indisciplina parlamentare, la contrapposizione muro contro muro, l'assenteismo degli eletti sono conseguenziali alla caduta di autorità e di prestigio dei partiti. Se non c'è progetto, se le ragioni tattiche prevalgano su quelle strategiche, cioè programmatiche, su che cosa si basa la coesione dei gruppi parlamentari?
Se la politica non la fanno i partiti, la fanno i magistrati, i grandi comunicatori, la finanza e le legge - insomma quella fattiva società civile che conta e non quella impotente dei cittadini volonterosi.

La delegittimazione etica dei partiti porta alla depoliticizzazione dell'agire pubblico: la gente sostituisce il popolo, il voto sostituisce il partito e i veri poteri forti sono i sondaggi e la comunicazione.
Altre sono le strade per diminuire i partiti "inutili" (quelli che rappresentano un milione di voti non sono certamente tali): dare ad essi, anche ope legis. un ordinamento democratico interno, introdurre nel nostro ordinamento politico la sfiducia costruttiva e norme anti-ribaltone. Nel sistema proporzionale è anche possibile mantenere o rafforzare la soglia di sbarramento. che invece non ha senso nel maggioritario.
Un discorso analogo vale per i sindacati che i referendum vogliono indebolire. Non v'è dubbio che il loro conservatorismo sociale sottovaluta problemi emergenti come quello delle nuove forme di lavoro e di una più equa redistribuzione delle risorse destinate al Welfare State, per sostenere nuove fasce di cittadizioni in posizione di debolezza; resta però il dubbio che un ritorno allo spontaneismo non aggravi la situazione con una esplosione di micro-conflittualità, soprattutto nei settori strategici e "protetti" dei servizi pubblici.
Parimenti il disconoscere la possibilità di reintegro nel posto di lavoro, dopo una sentenza di merito del giudice, contraddice un elementare senso di giustizia e acuisce la sensazione di precarietà sociale.

E' in Parlamento, con buone leggi supportate da un'analisi seria e da un confronto approfondito, che si possono avviare a soluzione problemi che sono, senza dubbio, reali ed urgenti.
Contrapporre, come fanno i referendari, una presunta volontà del popolo - che non ha modo di approfondire, dibattere, confrontarsi, valutare connessioni e conseguenze - al Parlamento, significa indebolire le istituzioni senza le quali non c'è più la democrazia, ma una deriva plebiscitaria.
Il referendum deve tornare ad essere quello previsto dalla nostra Costituzione: un mezzo eccezionale per correggere gli errori del legislatore e abrogare singole leggi ritenute ingiuste da una opinione pubblica informata e matura.

06/05/2000

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