La politica non guarda i numeri

Il riconoscimento che l’Unesco ha concesso alla cucina italiana come patrimonio immateriale dell’umanità ha rappresentato la celebrazione di una parte fondamentale dell’anima del nostro Paese. Il cibo è cultura, appartenenza, storia, comunità

Il riconoscimento che l’Unesco ha concesso alla cucina italiana come patrimonio immateriale dell’umanità ha rappresentato la celebrazione di una parte fondamentale dell’anima del nostro Paese. Il cibo è cultura, appartenenza, storia, comunità. Ma è anche un settore economico che dà lavoro, produce ricchezza, valorizza il territorio. Nella narrazione di una tappa così fondamentale dell’affermazione internazionale dell’Italia è mancato, però, un racconto: il cibo è anche industria. La fama della tradizione culinaria italiana nel mondo viene alimentata ogni giorno dall’industria, grazie alla sua capacità di esportazione e di trasformazione della materia prima, anche quando essa non viene dalla nostra terra. Perché, per buona pace di tutti, compresi i colleghi imprenditori del settore agricolo e di quei nostri rappresentanti politici in Europa che hanno votato contro l’entrata in vigore dell’accordo di libero scambio con il Mercosur, il sistema agroalimentare italiano non è autosufficiente.

Questo, però, non impedisce alla nostra manifattura del settore alimentari e delle bevande di essere tra le principali realtà esportatrici al mondo. Così come avviene in altri comparti. L’Italia è, a seconda di chi stila le classifiche, tra la sesta e la quarta potenza esportatrice del pianeta. Dietro ai soli colossi continentali Usa e Cina. E alla Germania. Qualsiasi altro Paese al mondo farebbe della difesa di questo fattore di competitività una priorità assoluta nella strategia di crescita e sviluppo. E infatti così è altrove. La guerra dei dazi si basa tutta sugli obiettivi delle potenze mondiali di difendere e far crescere la propria industria, la sua capacità di approvvigionamento, di imporsi nelle filiere globali, di conquistare sempre maggiori fette di mercato, di creare posti di lavoro.

La nostra risposta? La difesa di singole corporazioni e dei loro privilegi. C’è solo una chiave di lettura del voto sul Mercosur: le forze politiche (non solo italiane) che hanno votato contro, hanno deciso di sacrificare il bene generale per la ricerca di consenso all’interno di un importante bacino elettorale. Tanto, è probabilmente il ragionamento, gli industriali non scendono in piazza. Questo no, ma gli industriali (gli unici a quanto pare a dover giocare con le regole del mercato) sono sempre meno disposti a tollerare in silenzio la presa di decisioni politiche che non tengono conto di ciò che rappresenta la manifattura. Solo a Varese: 7,3 miliardi di valore aggiunto prodotto, 7.200 imprese, 110.000 posti di lavoro.

Si è parlato della necessità di tenere in equilibrio la tutela di tutti i settori. Ma equilibrio non c’è se un comparto come quello agricolo (che a Varese produce lo 0,6% del valore aggiunto contro il 25% dell’industria) riesce a bloccare una decisione strategica come quella sul Mercosur che avrebbe fatto crescere l’export Ue in America Latina annualmente di 49 miliardi, mentre può contare, solo in Italia, su sostegni per 13,5 miliardi all’anno. Non c’è nemmeno coerenza se, a qualche giorno di distanza, su un altro versante il Governo apre all’opportunità di poter concedere i vantaggi fiscali introdotti con l’iperammortamento anche agli acquisti di macchine prodotte al di fuori dell’Unione Europea. A discapito, dunque, dei produttori di macchinari made in Europe. Sia su questo, sia sul Mercosur Cina e Stati Uniti (increduli) festeggiano. E a pagarne le spese non sono solo le imprese, ma la crescita e lo sviluppo economico e sociale dei nostri territori.

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