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Novembre 2000 |
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Una crisi imprevista ma non imprevedibile In meno di due anni il prezzo del petrolio è passato da 9 a 37 dollari. L’analisi dell’economista Alberto Clò.
Nessuno aveva previsto che ciò potesse accadere, tantomeno i governi colpevolmente convinti che della “questione energetica” non volesse più di tanto preoccuparsi. L’attuale crisi ha, invece, riproposto in modo traumatico due elementari verità. Primo: che l’economia mondiale molto dipende dalle condizioni economiche e politiche di accesso ai mercati petroliferi, che ancora assicurano circa il 40% di tutti i fabbisogni energetici. Secondo: che le ragioni di criticità che originarono le passate crisi petrolifere non sono state affatto riassorbite in strutturale. Esse, anzi, sono destinate in futuro ad accentuarsi: ove si consideri che l’offerta di petrolio è ineludibilmente destinata a concentrarsi sempre più nelle zone calde del Medio Oriente, depositarie del 65% circa di tutte le riserve mondiali di petrolio, ma partecipi oggi dell’offerta mondiale per poco più del 30%. La questione più critica, oggi come in passato, non è data quindi dalla scarsità assoluta di riserve di petrolio – la cui consistenza è anzi raddoppiata negli ultimi 20 anni – ma piuttosto dalla loro concentrazione in aree politicamente instabili e ancora largamente chiuse alle imprese petrolifere occidentali dopo la loro espulsione negli anni Settanta.Se non si creeranno le condizioni, innanzitutto politiche, per un ritorno di queste imprese in Medio Oriente, la crisi non potrà che acuirsi di fronte ad un continuo aumento dei consumi di petrolio trascinato dalla crescita economica delle aree in via disviluppo (soprattutto asiatiche).
Se la strategia di nuove relazioni internazionali idonee a favorire lo sviluppo degli investimenti è la via verso cui l’Unione Europea ed i singoli paesi membri dovrebbero massimamente impegnarsi, i suoi effetti positivi non potranno che manifestarsi in un arco di medio-lungo periodo. Che fare allora nell’immediato per impedire che il caro-petrolio finisca per soffocare la crescita delle economie? Personalmente, di una cosa sono profondamente convinto: ed è che i governi europei non hanno altra soluzione che una riduzione sensibile, ancorché temporanea della fiscalità sul consumo dei prodotti petroliferi. Il loro prezzo medio al consumo in Europa si è aggirato nel 2000 sui 128 dollari al barile, così distribuiti: 29 ai paesi produttori (23%), 17 alle compagnie petrolifere (13%) e ben 82 ai paesi consumatori attraverso le imposte (64%). Con quale faccia tosta possono i governi europei rimproverare i paesi OPEC di avidità, di insensibilità, di arroganza, quando da un barile di petrolio incassano circa 3 volte i loro introiti sino al paradosso dell’Italia che incassa (da sola) più dell’Arabia Saudita?
Alberto Clò
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Focus 1 Una crisi imprevista ma non imprevedibile In meno di due anni il prezzo del petrolio è passato da 9 a 37 dollari. L’analisi dell’economista Alberto Clò.
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