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Novembre 2000

 

 

Segantini, tra luce e simbolo

Capolavori a Villa Menafoglio Litta Panza.

L’attività espositiva di Villa Menafoglio Litta Panza, che apre un ciclo di mostre intese ad indagare il rapporto tra arte e luce, inizia con una straordinaria mostra che raccoglie dieci capolavori di Giovanni Segantini.
La mostra, curata da Annie Paule Quinsac, la massima studiosa dell’opera segantiniana, a differenza delle altre numerose organizzate in occasione del centenario della scomparsa del massimo pittore italiano dell’Ottocento, pone l’attenzione su “luce e simbolo”, ovvero sulla produzione della maturità di Segantini, del decennio che precede la sua morte prematura (a soli 41 anni), causata da una peritonite che lo colse in una baita a 3000 metri di quota, sullo Schafberg avvolto nella tormenta, mentre lavorava al Trittico delle Alpi: era il 28 settembre 1899.

Segantinidieci capolavori, alcuni di grandi dimensioni, esposti nello spazio della Scuderia grande, progettata da Luigi Canonica nel 1830 e restaurata ora su progetto di
Gae Aulenti, sono stati dipinti tutti in Engadina e non sono mai stati esposti tutti insieme in Italia.
Uno di questi (“Ora Mesta” del 1892-93) fu esposto alla Biennale di Venezia nel 1926; entrato poi in una collezione privata non fu più visto.

Un altro famosissimo “Primavera sulle Alpi” del 1897, esposto da allora al Museo di San Francisco in comodato, rivenduto dagli eredi l’anno scorso all’asta da Christie’s a New York per 18 miliardi, approderà finalmente in Italia.
In Engadina Segantini arriva dopo una lunga peregrinazione iniziata nel 1881, quando da Milano decide di trasferirsi in Brianza, a Pusiano, a Carella, Corneno e Caglio cercando un più immediato contatto con la natura, un luogo dove potere ascoltare meglio se stesso, capire le proprie facoltà poetiche ed espressive.

Nascono qui i primi capolavori come “A messa” prima del 1884 (in mostra) ed “Alla stanga” (1886) che clamorosamente lo impongono all’attenzione internazionale.
Nel 1886 il paesaggio brianzolo, così dolce, tenero, malinconico, non basta più a Segantini, che decide di trasferirsi a Savognino nel Cantone dei Grigioni.
Qui trova un paesaggio maestoso ed una luce cristallina che costituiranno il nucleo della sua nuova ricerca.
A Savognino approfondisce gli studi sulla luce e sul colore, sulla loro scomposizione e ricomposizione.
In questa stessa direzione muovono le contemporanee ricerche della pittura scientifica europea che vuole rinnovare l’estetica artistica sullo scorcio del XIX secolo, giustapponendo a una tavolozza di colori puri il timbro squillante dei complementari.

SegantiniSegantini piegherà questa scoperta alle sue necessità poetiche, inventandosi una tecnica tutta sua che si serve di impasti cromatici già elaborati, stesi con tratti filamentosi sulla tela, in modo che la luce sia dentro la pittura e che questa gli permetta comunque di rendere plasticamente gli oggetti rappresentati.
La luce è per Segantini uno degli elementi fondamentali del suo linguaggio, non il solo.

Anche il simbolismo lo è, così come il senso grandioso della natura che diventa metafora del principio di verità sensibile, e la cosmologia fortemente simbolica della sua iconografia ultima, che, pur immersa in una rarefatta luce cristallina tutta mentale, è comunque impregnata di una sensorialità terrena.

Ed è forse l’ansia di superare in una sintesi estrema questo apparente dilemma tra naturalismo e simbolismo che spinge Segantini a lasciare Savognino (non solo per i debiti), dove la luce, la vita, il clima umano gli appaiono non sufficientemente grandiosi ed eroici, per trasferirsi a Maloja (1894).

Segantini è ora perfettamente consapevole delle sue aspirazioni, del suo vigore creativo, della padronanza delle sue capacità tecniche. Tanto da proporre un progetto utopico per l’esposizione universale di Parigi del 1900: realizzare un panorama dell’Engadina di 5.000 metri quadrati, per far conoscere al mondo la bellezza della valle in cui ha scelto di vivere e che è diventata soggetto della sua pittura nella quale si confonde tra mito e realtà.
Il paesaggio dell’Engadina, visionario e naturalista, mitico e reale, è infatti imprescindibile e centrale nella poetica di Segantini, è il luogo dove vengono messi in scena i temi della vita: della maternità, della natura-madre, della morte.

Il fascino della pittura di Segantini deriva dal sottile equilibrio di questi elementi linguistici, un equilibrio messo continuamente in discussione dall’artista, sempre alla ricerca di una sua verità interiore. Ed è questa tensione verso l’assoluto che ci cattura e ci coinvolge.
Gottardo Ortelli


Giovanni Segantini,
“Luce e simbolo, 1884-1899”
Scuderia grande di Villa Menafoglio Litta Panza
11 novembre 2000-28 gennaio 2001
Orario:
tutti i giorni, escluso lunedì
ore 10.00-18.00
Entrata alla mostra Lire 5000.
Informazioni: FAI 0332 239669

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