Unione degli Industriali della Provincia di Varese
Varesefocus

Settembre 2000

 
 


Che bionda!

Dalla civiltà della Mesopotamia ai nostri giorni, passando per i Celti: l'appeal della bionda e spumeggiante birra insidia il mito italiano del vino.

E' più antica l'abitudine di gustare il vino o quella di bere la birra?
Per la civiltà mediterranea dubbi non ne esistono: il primato spetta al vino. Tuttavia se ci spostiamo un po' in là,
ad esempio in quella Mesopotamia che pure è stata culla di importanti civiltà,
si trovano cospicue tracce dell'uso della birra persino come bevanda sacra, da offrire cioè agli dei.
Grandi bevitori di birra erano i Sumeri che la consideravano un vero e proprio toccasana, tanto che i medici consigliavano sempre ai propri pazienti un buon boccale di questa gustosa bevanda per accelerare la guarigione.
Fu anche per questi prodigi che l'uso della birra cominciò a passare di popolo in popolo, mano a mano che in quei turbolenti secoli a una dominazione ne seguiva un'altra. Certo è che la birra venne subito apprezzata dalla bellicosa ed errabonda popolazione dei Celti che ad un certo momento colonizzarono buona parte dell'Europa, spingendosi per un verso in Irlanda e per l'altro nelle regioni meridionali, Italia compresa. E forse fu così che la birra giunse tra noi, anche se le citazioni che se ne trovano negli antichi testi fanno pensare ad una bevanda amata più dal popolo che dai ceti colti e aristocratici. Un nuovo e stavolta definitivo boom la birra lo conobbe grazie alle invasioni dei popoli germanici che, contagiati dai Celti, avevano fatto della birra una bevanda nazionale. Sul piano storico si arriva così ad un fatto certo.
E' ormai assodato che, iniziata l'opera di cristianizzazione di questi popoli, i monaci missionari si lasciarono in qualche modo conquistare dalla birra che evidentemente era un buon tramite di dialogo. Ebbe inizio così la grande tradizione delle birre speciali prodotte nei monasteri, specialmente nelle regioni del Nord Europa, che ancora oggi deliziano il palato dei buongustai e costituiscono la base di una florida economia. Non c'è grande marca di birra che non abbia uno o più marchi con l'immagine di una frate o di un monastero e se poi sulla bottiglietta c'è scritto che la stessa viene prodotta ancora in convento si pensa addirittura che la spumosa bevanda possegga delle virtù miracolose.
La birra che beviamo noi oggi è, comunque, il frutto di una serie di misure protettive, persino a carattere legislativo, che sono state introdotte in questo millennio allo scopo di salvaguardarne la qualità. Si pervenne così ad un famoso editto tedesco degli inizi del Cinquecento che stabilì in modo definitivo che la birra di qualità doveva e deve essere prodotta con orzo, luppolo e acqua e, naturalmente il lievito prodotto spontaneamente dalla precedente fermentazione.
Sono state dunque le popolazioni di lingua tedesca, e in taluni casi inglese, a diffondere in tutto il mondo il consumo della birra. Non a caso questa abitudine in Italia cominciò a diffondersi solo tra Sette ed Ottocento, grazie al consolidarsi della dominazione austriaca. Resta da dire però che la birra non riuscì mai a scalzare il primato del vino neppure nei ceti più popolari. Ciò si verificò da una parte per la secolare abitudine a bere vino e dall'altra a motivo che non c'era famiglia contadina che non possedesse una vigna, potendosi così trovare il vino a buon mercato.
Si calcola che ancora agli inizi del ventesimo secolo le birrerie in Italia superassero di poco il centinaio e che le stesse fossero diffuse soprattutto nelle regioni settentrionali.
Anche nelle cronache di Varese e provincia non si trovano molte informazioni al proposito. Prima che Angelo Poretti desse vita al suo famoso stabilimento era stata una donna a tentare questa straordinaria avventura, Geltrude Amati, che nel 1853 aveva aperto proprio in città una fabbrica di birra con relativo spaccio. Il termine fabbrica può forse in tale caso trarre in inganno, perché con tutta probabilità si trattava di una produzione di tipo familiare. Analogo, e sempre a Varese, il contemporaneo caso di Paolo Laùfur. Un ultimo tentativo fu iniziato nel 1874 a Vergobbio, in Valcuvia, ma anche stavolta senza grandi risultati. Tanto che tre anni dopo, la Camera di Commercio indirizzò alla consorella di Chiavenna la proposta di istituire congiuntamente delle borse di studio all'estero per apprendere l'arte di fabbricare la birra: un'industria questa - si diceva - "non esercitata nel Varesotto”.

Pietro Macchione

Torna il marchio della Birra Poretti

Torna il marchio Poretti e con esso un capitolo decisivo della storia della birra italiana poiché fu lo stabilimento varesino a introdurre nel nostro Paese la fabbricazione della bionda birra pilsner a bassa gradazione, decretandone il successo presso tutti i ceti sociali.
Questo miracolo industriale fu possibile grazie alla straordinaria intuizione di Angelo Poretti, originario di Vedano Olona, che aveva fatto fortuna come appaltatore di linee ferroviarie in Austria e soprattutto in Boemia. E fu appunto da questa lontana regione che tornò ricco, con una moglie di nome Francisca Peterzilka, e soprattutto con importanti contatti nell'industria della birra. Dalla Boemia fece, infatti, giungere a Varese lo speciale luppolo che dà l'aroma alla birra pilsner, speciali macchinari, e soprattutto un mastro birraio che fosse bene a conoscenza dei processi di lavorazione e fermentazione. Un altro colpo di genio lo ebbe quando decise di acquistare un vecchio stabilimento, un'amideria, che si trovava in prossimità delle Grotte della Valganna. Qui, infatti, esisteva al tempo un laghetto, incessante metà di gite turistiche, con una sorgente, detta "Fontana degli ammalati”, famosissima persino a Milano.
Da secoli si parlava delle virtù terapeutiche di quest'acqua e si pensava persino di imbottigliarla come pregiata acqua minerale.
Ad Angelo Poretti riuscì il "colpaccio” di acquistare laghetto e sorgente. Con un grande effetto pubblicitario l'acqua della Fontana degli ammalati divenne così la miracolosa base della Birra Poretti.
Questa straordinaria avventura ebbe principio nel 1877 con la costruzione del grandioso stabilimento. Da questo le prime partite di birra uscirono nel febbraio del 1878, prendendo subito la via della Birreria che lo stesso Poretti aveva aperto a Varese, in piazza Beccaria, ma anche alla volta di altri e più lontani mercati. Quasi a volere inaugurare ufficialmente la nuova attività, lo stesso Poretti si offrì come guida alla visita dello stabilimento per una nutrita delegazione di giornalisti che così decantarono la qualità e la virtù della nuova birra. In effetti, il successo ottenuto dalla birra pilsner di Varese fu tale che Angelo Poretti in quegli anni finì per trovarsi alla testa dei "birrai” d'Italia, diventando nel 1884 presidente del Comitato Permanente dell'associazione fra i birrai. La consacrazione definitiva si ebbe nell'anno 1881 durante la grandiosa Esposizione Industriale di Milano. L'intraprendente imprenditore ottenne l'autorizzazione ad erigere nel recinto dell'Expo un elegante chalet in stile svizzero dove i visitatori potevano assaggiare le diverse qualità di birra e nello stesso tempo osservare i disegni e le fotografie dello stabilimento e la descrizione dei macchinari e dei sistemi di fabbricazione. Le cronache del tempo dicono che lo chalet fu perennemente assediato da una folla di visitatori e di assaggiatori che prosciugarono le pur copiose riserve del prezioso liquido.
Angelo Poretti scomparve, al culmine del successo, il 20 ottobre del 1901. In pochi lustri aveva tracciato un solco profondo nella storia industriale di Varese e della Nazione.
Negli anni successivi i suoi eredi, in particolare i nipoti Edoardo Chiesa e Angelo Magnani, si tennero scrupolosamente alla lezione del fondatore, unendo il rispetto della qualità del prodotto con una ficcante azione pubblicitaria. Non fu estranea a tale volontà la decisione di dare una struttura liberty ai rinnovati capannoni, ad opera dei tedeschi Bihl e Woltz, e alla retrostante villa padronale che venne realizzata dal celebre architetto toscano Ulisse Stacchini.
Il successo imprenditoriale fu enorme anche nel nuovo secolo, tanto da portare alla decisione di trasformare la società in una SPA. Il che avvenne nel 1922 con un capitale sociale di cinque milioni di lire. Questa operazione, sebbene per diversi anni la ditta sia saldamente restata nelle mani degli eredi, finì per aprire le porte ad altri imprenditori e potentati economici. Il mutamento epocale si ebbe il 25 gennaio 1939, quando il controllo della Poretti venne assunto dalla gallaratese famiglia Bassetti che aveva maturato un'analoga esperienza produttiva nel settore della birra a Chiavenna. In quella storica data, alla presidenza del consiglio di amministrazione venne designato il commendatore Giovanni Bassetti, con a fianco il consigliere delegato Vincenzo Sala.
Era una "rinnovazione completa”, come venne scritto sugli atti ufficiali, poiché la restante parte del consiglio di amministrazione era composta da Ermete e Felice Bassetti con Luca Mazzucchetti.
L'ultimo degli eredi diretti del fondatore Angelo Poretti, l'ormai settantenne Edoardo Chiesa, aveva preferito ritirarsi dagli affari coltivando la sua passione per il teatro e la musica.

 

La birra all'uso di Pilsner
Sono molti i modi di fabbricare e gustare la birra.
Per la storia della birra varesina sembra essere stato decisivo quello detto di Pilsner, ovvero di una mitica birreria che si trova in terra boema.
Si tratta della classica ed amatissima bionda, ovvero una birra chiaro-dorata dal gusto leggermente amarognolo. Altra sua caratteristica importante è il basso tasso di alcolicità, non superiore ai 4-5 gradi; il che la fa preferire dai giovani e anche dalle donne. Bevuta fredda, ma non ghiacciata, è un buon dissetante e ciò spiega il suo successo estivo, specie nel nostro paese dove le birre più alcoliche, le rosse, le scure, le bock, le Vienna o birre di marzo, cominciano ad essere apprezzate solo da pochi anni.
Fu con la produzione di una rinomata birra di qualità Pilsner o Pilsener che dir si voglia che i Poretti e Varese entrarono di prepotenza nella storia della birra italiana ed europea.

 

 

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Dalla civiltà della Mesopotamia ai nostri giorni, passando per i Celti: l'appeal della bionda e spumeggiante birra insidia il mito italiano del vino.

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La birra all'uso di Pilsner

Il Liberty va in fabbrica

Una fabbrica di birra diventa un prezioso manufatto industriale grazie alle decorazioni Liberty.


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