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Villa
Panza a Varese, scrigno di storia e arte
Apre
al pubblico un centro culturale di alto profilo. Dalla collaborazione
con la Fondazione Guggenheim un polo per l'arte moderna di rilievo internazionale.
Tornano
a zampillare le cinque fontane con i giochi d'acqua. I viali e i bordi
delle aiuole sono stati riordinati come si conviene. E tutto il giardino
ha avuto i restauri degni dell'immenso patrimonio botanico, contenuto
nei suoi 33.000 mq. di parco, che può tra l'altro far sfoggio,
fra esemplari superbi, d'un lungo viale ombroso, sormontato da una galleria
di carpini d'antica data. Anche i percorsi settecenteschi e ottocenteschi
hanno ripreso le forme geometriche acconce.
Villa Menafoglio Litta Panza apre al pubblico e si fa giustamente bella.
Senza dimenticare di mostrarsi anche un po' più giovane, in sintonia
con i tempi e la sua nuova vita, che le impone di rinascere per tanti
e tanti visitatori: le decine e decine di migliaia che, si dice, verranno
da tutto il mondo per ammirare le sue collezioni d'arte e d'arredi. Rinfrescata
la facciata e rifatti gli impianti, riadattati certi angoli bisognosi
di cure, restaurata per mano di Gae Aulenti l'imponente scuderia grande
a L, progettata dall'architetto Canonica nel 1830, Villa Panza si presenta
ora attrezzata di tutto punto: con sala caffetteria, negozio, sala per
conferenze, mostre e manifestazioni didattiche, come si conviene a un
museo di stampo internazionale che vuole imporsi anche come polo culturale
di importanza primaria. Merito del Fai, merito della Provincia, merito
della Cariplo e dei tanti generosi, merito prima di tutto del suo ultimo
proprietario. Il conte Giuseppe Panza, inguaribile collezionista, non
ha mai cessato di credere nell'arte e di voler bene a questa grande casa
sorridente, dimora amica di giorni dove le ansie quotidiane si stemperano
nella serenità del paesaggio prealpino, nel verde delle ville biumensi.
Luogo di ristoro dello spirito, di creazione d'arte, di memoria storica.
Luogo che non poteva, non doveva essere dimenticato, e che adesso, grazie
a quell'intuito generoso, del conte e della moglie Giovanna, di farne
dono al Fai, è consegnato al godimento di quanti desiderano conoscerlo
e apprezzarlo. Non sarà però semplice punto di ritrovo,
di conservazione e di relax, ma piuttosto centro vivo di incontri culturali,
mostre e rassegne d'arte affidate al Fai e realizzate possibilmente in
collaborazione con il Guggenheim, al quale Varese è ormai legata
proprio da questa antica villa di grande fascino.
A costruirla, nella seconda metà del Settecento, fu Paolo Antonio
Menafoglio, un ricco aristocratico che curava interessi per conto del
duca Francesco III d'Este. L'amicizia durò, registrata dalle cronache
del tempo, punteggiata dalle risate delle comitive ospiti dei due, prima
a Biumo e poi a Varese, dove il duca prese casa, lontano dagli affanni
e forse anche da qualche pettegolezzo che saliva al cielo dalle stanze
in penombra della sua corte. Restano poche date certe della cronologia
e della storia della villa: una, era il 1755, dice che il marchese chiese
a Biumo il permesso di raccogliere le acque in una grande vasca sotterranea
realizzata per alimentare le fontane del giardino.
Quando il Menafoglio morì, era il 1769, a reggere le sorti della
villa fu il duca Pompeo Litta Visconti Arese. Il nuovo acquirente riunì
in un'unica proprietà la villa, i rustici attigui e altri due possedimenti
limitrofi. Il Litta vi fece lavori grandiosi, grazie anche all'ingente
fortuna arrivatagli attraverso i Visconti Borromeo, e la villa si arricchì
di un nuovo fabbricato a un piano, opera di Luigi Canonica, allievo del
Piermarini e architetto di grido di Napoleone, con una grande sala Impero
impreziosita da rilievi marmorei e scene neoclassiche di un allievo di
Andrea Appiani. Furono opera sua anche la limonaia, le imponenti scuderie,
le rimesse per i cavalli del duca e, si pensa, certi interventi del giardino,
ridisegnato sulla base del paesaggismo inglese: con nuove zone verdi e
gli immancabili luoghi romantici - quali il laghetto, la grotta e la collina
del tempietto - dove gli ospiti innamorati potevano confrontare le proprie
"affinità elettive. Rimasero tuttavia i due principali
assi prospettici con le grandi fontane centrali e il parterre geometrico,
di fronte alla villa, di impostazione settecentesca.
Il duca Pompeo godette la villa fino al 1835, anno della sua morte. I
Litta l'ebbero invece fino al 1901.
La
famiglia Panza, nella persona del conte Ernesto, l'acquistò negli
anni Trenta da lontani parenti di Isalina Prior, la vedova di Antonio
Litta, erede di Pompeo.
La consegnò, perché fosse restaurata, all'architetto Piero
Portaluppi, che portò a termine i lavori di ripristino nel 1936,
conservando in pieno la fisionomia della dimora e limitandosi a poche,
indispensabili, opere di restauro e all'apertura di un piccolo cortile
su piazza Litta.
Giuseppe Panza, figlio di Ernesto, ne fece poi la sede della sua preziosa
collezione, che, partita da Biumo, dove rimane il nucleo iniziale, è
ora distribuita nei musei del mondo. Dopo la donazione del 1996, al conte
sono rimaste le sale del secondo piano, come consuetudine del FAI, che
desidera sia mantenuto un legame vitale tra i donatori e il monumento
donato. Il primo piano, originariamente dimora della famiglia, è
invece ora adibito a struttura espositiva, ma sempre nel pieno rispetto
del suo aspetto originale. Il visitatore vi troverà arredi, suppellettili
preziose, opere d'arte.
Assieme
alle 133 opere di arte contemporanea americana - distribuite tra le sale
di rappresentanza e le stanze dei rustici - eseguite tra gli anni Sessanta
e Novanta da artisti monocromatici, ambientali e minimal, sono visibili
105 mobili e oggetti di arredamento del secolo XIX, provenienti dalla
casa Litta Visconti Arese, che furono acquistati da Ernesto Panza assieme
alla villa. Ma ci sono ancora 80 pezzi, sempre mobili e oggetti d'arredamento
d'alta epoca, collezionati personalmente dal conte Giuseppe Panza, che
rivelano la personalità del padrone di casa, così come le
21 opere di arte primaria, africana e precolombiana. C'è, insomma,
di che deliziarsi, in un panorama d'arte e di storia decisamente vario
e stimolante che accompagna il visitatore da un angolo all'altro della
proprietà di Biumo.
La scuderia grande, nell'edificio a due piani che costituisce l'ala rustica
della villa, accoglierà infine importanti esposizioni temporanee,
organizzate preferibilmente in collaborazione con la Fondazione Peggy
Guggenheim. La prima, si parla di Segantini, è prevista per l'11
novembre 2000.
Luisa
Negri
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Il
duca d'Este a Villa Menafoglio
Se
Francesco III d'Este prese casa in Varese, fu anche per la sua frequentazione
dei Menafoglio e della loro residenza, oggi Villa Menafoglio Litta
Panza. Il marchese Paolo Antonio Menafoglio, ricco banchiere che
vantava possedimenti in Modena e Milano, amico e curatore di alcuni
interessi del duca, nel 1748 aveva acquistato sul colle di Biumo
Superiore una preesistente "casa da nobile deciso a realizzare
nel vasto parco una villa con giardino. In quella casa il duca di
Modena e governatore di Milano, poi signore di Varese, soggiornò
più volte, convincendosi della giusta scelta di stabilirsi
definitivamente in un luogo che finì per amare sopra ogni
altro. Dalle carte dell'archivio di Stato di Modena e dalle cronache
dei contemporanei si sa delle sue numerose visite. Proprio nel 1766,
ospite dei Menafoglio, il duca trattò l'acquisto della Casa
Orrigoni fuori Porta Campagna, rimanendo presso i suoi amici dal
24 al 29 marzo. Appena l'anno precedente, il 13 agosto, era giunto
a Varese con largo seguito, ospite della stessa famiglia, per "sollevarsi
dal dolore della perdita della moglie Teresa Castelbarco. Ma la
frequentazione risaliva a ben più indietro nel tempo. Nel
1755, registra la cronaca, il duca giunge a Varese verso le due
di notte, ospite del marchese Menafoglio, e vi soggiorna quattro
dì compiendo piacevoli gite nei dintorni: le mete sono le
Isole Borromee, il Deserto di Cuasso, il Sacro Monte.
Sempre in piena notte era arrivato il 21 settembre del 1762 "con
quantità di cavalieri e dame alloggiando in casa Menafoglio,
di dove il 28 partì con dispiacere di lasciare cotesto luogo.
E pare che "con le lacrime agli occhi per il dispiacere di
dover lasciare questo delizioso paese ripartì dalla
stessa dimora anche il plenipotenziario della Lombardia e gran cancelliere
dello stato di Milano, conte Firmian, inviato in quello stesso anno
dal 12 al 30 agosto in ricognizione dal duca. Stavano cominciando
le trattative segrete per l'infeudamento del borgo, che avvenne
effettivamente nel luglio del 1766, quando Francesco III d'Este
prese solennemente possesso di Varese.
L'amico Menafoglio, deceduto nel 1769, fece in tempo a salutare
nell'amico e ospite assiduo il signore di Varese.
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