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Il
collocamento in Italia: delle liste per "non" cercare lavoro
Una
ricerca condotta dal Ministero del Lavoro denuncia: alle liste di collocamento
ci si iscrive non per cercare lavoro ma per ottenere benefici assistenziali.
La maggior
parte delle persone si iscrive alle liste di collocamento per ragioni
del tutto estranee alla ricerca di un posto di lavoro. E neppure si sa
con esattezza quanti siano in Italia gli iscritti al collocamento: il
dato amministrativo fornito dagli uffici parla di 6,7 milioni di iscritti,
ma la realtà appare differente.
Le rilevazioni dell'Istat arrivano infatti a individuare circa 5,6 milioni
persone, oltre un milione in meno quindi rispetto a quanto registrato
dai servizi per l'impiego.
Le cifre,
forse non del tutto inattese ma di certo eclatanti, emergono da una ricerca
condotta direttamente dall'Osservatorio del mercato del lavoro che fa
capo allo stesso Ministero la cui sede si trova a Roma in via Flavia.
In attesa che diventi operativo il decentramento che ne ha affidato la
gestione alle province, fonti ufficiali accreditano la tesi che i servizi
di collocamento oggi nel nostro Paese svolgono per lo più un ruolo
meramente burocratico-assistenziale.
Dato che, in particolare, emerge chiaramente dall'analisi della durata
delle iscrizioni: oltre la maggioranza dei cittadini è iscritta
alle liste di collocamento da più di due anni, ha già un
lavoro e risiede in una regione meridionale, anche se il fenomeno è
piuttosto diffuso pure nel Centro-Nord.
Entrando
nei dettagli dell'indagine eseguita per conto del Ministero del Lavoro,
scopriamo che il 18% degli iscritti (circa un milione di persone) è
già occupato anche se con contratto a tempo parziale o determinato;
che un altro milione di iscritti è indisponibile al lavoro; che
un milione e mezzo di iscritti sono disponibili a un'occupazione ma non
la cercano e, infine, che solo poco meno del 40% (circa 2,1 milioni di
persone) è composto da chi è effettivamente senza lavoro
e lo cerca davvero.
Trovare
un posto di lavoro, insomma, non interessa per niente almeno a tre milioni
e mezzo di disoccupati "ufficiali" e solo una quota inferiore
alla metà, ovvero 2,1 milioni di italiani, è davvero integrabile
agli standard internazionali.
Ufficio di collocamento e occupazione sembrano quindi due termini che
non si coniugano, anzi risultano due mondi tra di loro distanti: una situazione
che denuncia tutti i limiti di un apparato burocratico del tutto inadeguato
rispetto alla realtà economica che ci circonda.
Il risultato è quello di una struttura che da un lato registra
6,7 milioni di disoccupati, ossia una cifra decisamente superiore a quello
che dovrebbe essere il dato effettivo (come risulta dalle stime Istat)
per scarse verifiche sui nominativi, mancanza di controlli e duplicazione
degli stessi nominativi; dall'altro lato, poi, svolge uno scarsissimo
ruolo di intermediazione fra il sistema delle imprese e chi si offre sul
mercato del lavoro senza garantire alcun servizio concreto per la ricerca
attiva dell'occupazione.
In sintesi,
l'iscritto tipo ha una bassa scolarità, in genere ha la licenza
media o superiore, è in cerca del primo impiego.
Fra le persone non disponibili al lavoro, la percentuale più elevata
è composta dalle casalinghe ma anche dai giovani.
L'indagine denuncia infatti come la caratteristica dell'inattività,
o della disoccupazione passiva, sia prevalente nei giovani che pure si
iscrivono in percentuali elevate al collocamento (il 28,6% di iscritti
ha età compresa fra i 15 e i 25 anni). Fra di loro, molti sono
studenti (un milione) o militari di leva.
Le motivazioni al ricorso all'uffici del lavoro sono del tutto estranee
all'occupazione, ma riguardano ragioni come l'acquisire un'anzianità
d'iscrizione nelle liste per avere poi dei benefici di tipo assistenziale.
Occorre
porre rimedio presto a tutte queste carenze: accanto alla riforma che
prevede il decentramento a livello provinciale degli uffici di collocamento,
è stata avviata anche quella delle liste, in verità non
ancora arrivata al traguardo finale. Le vecchie graduatorie e il libretto
di lavoro devono essere sostituiti con un elenco anagrafico e una scheda
professionale.
Il primo dovrebbe comprendere un elevato numero di informazioni per classificare
il disoccupato, mentre la scheda professionale dovrebbe costituire una
sorta di curriculum aggiornato e certificato delle esperienze professionali
e di studio di chi è in cerca di lavoro.
Questo bagaglio di informazioni, oggi assolutamente sconosciuto al collocamento,
dovrebbe finire in rete nel Sistema informativo del lavoro, una banca
dati che faciliterà lo scambio e l'incrocio fra domanda e offerta
di lavoro. Tutto questo, naturalmente, per il momento rimane solo sulla
carta.
La realtà è che, attualmente, il collocamento in Italia
assolve una natura più burocratica che di effettiva intermediazione.
L'essere iscritti vuol dire soprattutto puntare ad avere accesso a una
serie di piccoli benefici di natura assistenziale a cui dà diritto
una lunga permanenza nelle liste.
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