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Municipalizzate:
chi ha paura della concorrenza?
Il
libero mercato tutela al meglio tutti i cittadini. Eppure c'è una
forte resistenza alla privatizzazione.
In Italia
operano circa 1.000 aziende municipalizzate o ex municipalizzate, con
un fatturato totale annuo di 30.000 miliardi e circa 170.000 addetti.
Gli enti locali affidano a loro lo svolgimento di attività estremamente
redditizie in quanto, soprattutto, operano in regime di monopolio: si
tratta, in particolare, dei comparti dell'acqua, dei trasporti, dei rifiuti
solidi urbani e del gas complessivamente considerati come public utilities
e caratterizzati da una specifica valenza economica e imprenditoriale.
Aziende il cui rilievo nel passato è stato indubbio: sviluppando
una adeguata rete distributiva hanno, infatti, garantito alla popolazione
servizi essenziali a prezzi equi, evitando altresì che si creassero
abusi di posizioni dominanti.
Da almeno quindici anni, però, il contesto sociale ed economico
di riferimento è profondamente mutato.
Dapprima negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, poi gradualmente in tutto
il mondo occidentale - anche in Italia, sia pure soltanto negli ultimi
due o tre anni - la scelta del libero mercato si è affermata come
quella in grado di tutelare al meglio i reali interessi di tutti i cittadini:
si è insomma capito che è la concorrenza fra una pluralità
di operatori a offrire agli utenti la garanzia di un servizio efficiente
ed efficace.
Qualche esempio? La cronaca ce ne fornisce in abbondanza. Basti pensare,
in primo luogo, al settore delle telecomunicazioni: da quando in Italia
non c'è più solo la Telecom, bensì una pluralità
di operatori, è ben diversa la qualità e la quantità
dei servizi offerti ai cittadini utenti.
Da tempi più ravvicinati, questo vale anche per il settore dell'energia
elettrica: le aziende che hanno aderito al Consorzio Energia.Va possono
godere di sconti pari al 17% sulle vecchie tariffe dell'Enel. E presto
questi vantaggi saranno estesi anche ad un altro settore energetico, quello
del metano.
Perché le aziende municipalizzate che operano a livello locale
devono rimanere escluse da questa logica operativa che, indubbiamente,
si è dimostrata portatrice di benefici? Perché in Italia
oggi non è raro trovare piccoli Comuni il cui bilancio si regge
sulle rendite di posizione garantite, ad esempio, dal servizio di acquedotto,
anziché su una sana e corretta gestione delle risorse? E perché,
soprattutto, i cittadini utenti delle municipalizzate non possono godere
dei buoni frutti indotti dal processo di liberalizzazione e privatizzazione?
Tanto più che una legge di riforma, recentemente approdata in Senato,
va proprio in questa direzione introducendo una corretta e trasparente
separazione dei due compiti di gestione e controllo delle società:
indirizzo e vigilanza spetterebbero agli enti locali, la gestione del
servizio a un'azienda assegnataria tramite una gara aperta da ripetersi
a intervelli prestabiliti.
Una situazione che permetterebbe di introdurre logiche di gestione privatistiche
in un confronto di libero mercato: il tutto a chiaro e deciso vantaggio
dei cittadini.
La legge, però, non obbliga gli enti locali alla privatizzazione
e così, fino a quando non cederanno effettivamente il controllo,
gli amministratori pubblici continueranno a essere i referenti delle aziende
municipalizzate, contraddicendo il principio della separazione tra indirizzo
e gestione.
Così, come avevamo già evidenziato nel primo numero di Varesefocus,
finora il bilancio delle privatizzazioni delle aziende municipalizzate,
anche in provincia di Varese, è ancora lontano dal potersi dire
compiuto.
Resta un altro aspetto della vicenda. Un aspetto per molti versi inquietante
e, di certo, non il meno pericoloso per i cittadini. Privatizzare, per
molti degli attuali gestori delle aziende municipalizzate - e qui il riferimento
è soprattutto agli amministratori pubblici -, equivale "sic
et simpliciter" a trasformare l'azienda in una Spa con l'offerta
delle azioni al pubblico dei risparmiatori e degli investitori finanziari.
Investitori che, naturalmente, esigono una remunerazione del capitale
investito.
Costoro, però, hanno come parametri economici di riferimento gli
attuali, e spesso brillanti, dati di bilancio di queste aziende, che ancora
beneficiano di una situazione del tutto particolare.
Gli elevati utili, infatti, non sono sempre frutto di un'ottima gestione
quanto, piuttosto, della rendita di posizione garantita dall'essere monopolisti
sul mercato di riferimento.
Da un lato, quindi, per il cittadino investitore si profila il rischio
di acquistare azioni sulla base di valutazioni che potrebbero essere non
congrue rispetto al reale valore dell'azienda. Dall'altro - ed è
ancora piť grave - si determina un'aspettativa di ritorno dell'investimento
che presuppone, per essere soddisfatta nel tempo ai valori attuali, la
permanenza degli extra- profitti consentiti dalla posizione monopolistica.
In tal modo, continuandosi a non rispettare la separazione fra il ruolo
del gestore e quello del controllore, come si comporterà quel Sindaco
a cui, comunque, fa capo l'azienda municipalizzata?
Privilegerà il suo ruolo di controllore, privilegiando l'economicità
delle tariffe ma evitando di dare soddisfazione ai cittadini risparmiatori
sul piano del rendimento azionario? Oppure sarà attento soprattutto
agli utili di gestione dell'azienda, senza però rispettare i reali
interessi dell'insieme dei cittadini elettori? E' un dilemma che lascia
intravedere chi continuerà a trarre beneficio dalla fittizia privatizzazione
delle municipalizzate: le amministrazioni pubbliche - che avranno utili
per sistemare i loro bilanci e posti di potere da distribuire - e i risparmiatori,
almeno nel breve periodo. Sappiamo già, però, anche chi
rischia di perdere: il cittadino.
E senza contare il fatto che l'apertura delle aziende in questione all'ingresso
soltanto di soci di capitale e non anche di partner tecnici di provenienza
privatistica impedisce lo sviluppo di un'imprenditoria locale e il rafforzamento
di imprese che già operano nel settore delle utilities. In tal
modo, quando il processo di liberalizzazione di questo segmento del mercato
giungerà a studi più avanzati, se le municipalizzate dovessero
passare la mano saranno facilmente grandi gruppi stranieri ad impadronirsene.
Nonostante ci siano quindi numerose ragioni per operare una privatizzazione
reale e non mascherata delle municipalizzate, in tutti e quattro i Comuni
del Varesotto dove operano tali aziende e a Legnano i gestori appaiono
perlomeno restii a portare a compimento un processo del genere.
Basti pensare che nessuno dei percorsi di privatizzazione delineati a
Busto Arsizio, Gallarate, Legnano, Varese e Saronno prevede il passaggio
a mano privata della maggioranza azionaria delle municipalizzate.
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