Unione degli Industriali della Provincia di Varese
Varesefocus

Maggio 2000

 
 

Municipalizzate: chi ha paura della concorrenza?

Il libero mercato tutela al meglio tutti i cittadini. Eppure c'è una forte resistenza alla privatizzazione.

In Italia operano circa 1.000 aziende municipalizzate o ex municipalizzate, con un fatturato totale annuo di 30.000 miliardi e circa 170.000 addetti.
Gli enti locali affidano a loro lo svolgimento di attività estremamente redditizie in quanto, soprattutto, operano in regime di monopolio: si tratta, in particolare, dei comparti dell'acqua, dei trasporti, dei rifiuti solidi urbani e del gas complessivamente considerati come public utilities e caratterizzati da una specifica valenza economica e imprenditoriale.
Aziende il cui rilievo nel passato è stato indubbio: sviluppando una adeguata rete distributiva hanno, infatti, garantito alla popolazione servizi essenziali a prezzi equi, evitando altresì che si creassero abusi di posizioni dominanti.
Da almeno quindici anni, però, il contesto sociale ed economico di riferimento è profondamente mutato.
Dapprima negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, poi gradualmente in tutto il mondo occidentale - anche in Italia, sia pure soltanto negli ultimi due o tre anni - la scelta del libero mercato si è affermata come quella in grado di tutelare al meglio i reali interessi di tutti i cittadini: si è insomma capito che è la concorrenza fra una pluralità di operatori a offrire agli utenti la garanzia di un servizio efficiente ed efficace.
Qualche esempio? La cronaca ce ne fornisce in abbondanza. Basti pensare, in primo luogo, al settore delle telecomunicazioni: da quando in Italia non c'è più solo la Telecom, bensì una pluralità di operatori, è ben diversa la qualità e la quantità dei servizi offerti ai cittadini utenti.
Da tempi più ravvicinati, questo vale anche per il settore dell'energia elettrica: le aziende che hanno aderito al Consorzio Energia.Va possono godere di sconti pari al 17% sulle vecchie tariffe dell'Enel. E presto questi vantaggi saranno estesi anche ad un altro settore energetico, quello del metano.
Perché le aziende municipalizzate che operano a livello locale devono rimanere escluse da questa logica operativa che, indubbiamente, si è dimostrata portatrice di benefici? Perché in Italia oggi non è raro trovare piccoli Comuni il cui bilancio si regge sulle rendite di posizione garantite, ad esempio, dal servizio di acquedotto, anziché su una sana e corretta gestione delle risorse? E perché, soprattutto, i cittadini utenti delle municipalizzate non possono godere dei buoni frutti indotti dal processo di liberalizzazione e privatizzazione?
Tanto più che una legge di riforma, recentemente approdata in Senato, va proprio in questa direzione introducendo una corretta e trasparente separazione dei due compiti di gestione e controllo delle società: indirizzo e vigilanza spetterebbero agli enti locali, la gestione del servizio a un'azienda assegnataria tramite una gara aperta da ripetersi a intervelli prestabiliti.
Una situazione che permetterebbe di introdurre logiche di gestione privatistiche in un confronto di libero mercato: il tutto a chiaro e deciso vantaggio dei cittadini.
La legge, però, non obbliga gli enti locali alla privatizzazione e così, fino a quando non cederanno effettivamente il controllo, gli amministratori pubblici continueranno a essere i referenti delle aziende municipalizzate, contraddicendo il principio della separazione tra indirizzo e gestione.
Così, come avevamo già evidenziato nel primo numero di Varesefocus, finora il bilancio delle privatizzazioni delle aziende municipalizzate, anche in provincia di Varese, è ancora lontano dal potersi dire compiuto.
Resta un altro aspetto della vicenda. Un aspetto per molti versi inquietante e, di certo, non il meno pericoloso per i cittadini. Privatizzare, per molti degli attuali gestori delle aziende municipalizzate - e qui il riferimento è soprattutto agli amministratori pubblici -, equivale "sic et simpliciter" a trasformare l'azienda in una Spa con l'offerta delle azioni al pubblico dei risparmiatori e degli investitori finanziari.
Investitori che, naturalmente, esigono una remunerazione del capitale investito.
Costoro, però, hanno come parametri economici di riferimento gli attuali, e spesso brillanti, dati di bilancio di queste aziende, che ancora beneficiano di una situazione del tutto particolare.
Gli elevati utili, infatti, non sono sempre frutto di un'ottima gestione quanto, piuttosto, della rendita di posizione garantita dall'essere monopolisti sul mercato di riferimento.
Da un lato, quindi, per il cittadino investitore si profila il rischio di acquistare azioni sulla base di valutazioni che potrebbero essere non congrue rispetto al reale valore dell'azienda. Dall'altro - ed è ancora piť grave - si determina un'aspettativa di ritorno dell'investimento che presuppone, per essere soddisfatta nel tempo ai valori attuali, la permanenza degli extra- profitti consentiti dalla posizione monopolistica. In tal modo, continuandosi a non rispettare la separazione fra il ruolo del gestore e quello del controllore, come si comporterà quel Sindaco a cui, comunque, fa capo l'azienda municipalizzata?
Privilegerà il suo ruolo di controllore, privilegiando l'economicità delle tariffe ma evitando di dare soddisfazione ai cittadini risparmiatori sul piano del rendimento azionario? Oppure sarà attento soprattutto agli utili di gestione dell'azienda, senza però rispettare i reali interessi dell'insieme dei cittadini elettori? E' un dilemma che lascia intravedere chi continuerà a trarre beneficio dalla fittizia privatizzazione delle municipalizzate: le amministrazioni pubbliche - che avranno utili per sistemare i loro bilanci e posti di potere da distribuire - e i risparmiatori, almeno nel breve periodo. Sappiamo già, però, anche chi rischia di perdere: il cittadino.
E senza contare il fatto che l'apertura delle aziende in questione all'ingresso soltanto di soci di capitale e non anche di partner tecnici di provenienza privatistica impedisce lo sviluppo di un'imprenditoria locale e il rafforzamento di imprese che già operano nel settore delle utilities. In tal modo, quando il processo di liberalizzazione di questo segmento del mercato giungerà a studi più avanzati, se le municipalizzate dovessero passare la mano saranno facilmente grandi gruppi stranieri ad impadronirsene.
Nonostante ci siano quindi numerose ragioni per operare una privatizzazione reale e non mascherata delle municipalizzate, in tutti e quattro i Comuni del Varesotto dove operano tali aziende e a Legnano i gestori appaiono perlomeno restii a portare a compimento un processo del genere.
Basti pensare che nessuno dei percorsi di privatizzazione delineati a Busto Arsizio, Gallarate, Legnano, Varese e Saronno prevede il passaggio a mano privata della maggioranza azionaria delle municipalizzate.

 
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